C’è una tradizione liturgica molto significativa nell’ultimo giorno dell’anno in tutte le Chiese: è il Te Deum. E’ un inno di ringraziamento a Dio, per l’aiuto che ci ha dato nei dodici mesi appena terminati. La vera sfida è proprio questa: guardare l’esperienza vissuta per provare a vedere chi, dentro la pandemia, ci ha dato una mano facendoci sperimentare quella carezza del Nazzareno di cui parlava il grande  Enzo Iannacci in una articolo del febbraio del 2009 apparso sul Corriere della Sera.

Dire grazie è qualcosa a cui siamo introdotti fin da piccoli partendo dalla semplice caramella che ci veniva donata, ad esempio, dalla vicina di casa per poi arrivare, crescendo nella vita, ad imparare a dire dei grazie sempre più faticosi come quando si riceveva un regalo non propriamente gradito (un libro invece del giocattolo tanto desiderato).

Questa tradizione arriva alla fine di un anno che è stato davvero intenso e drammatico perché non ha risparmiato colpi durissimi a nessuno e cosi, per provare a riguardalo con la prospettiva proposta dall’inno liturgico, proviamo a far nostro il metodo di C.S. Lewis il quale ci ricorda che “Vi fu un tempo in cui facevi domande perché cercavi risposte, ed eri felice quando le ottenevi. Torna bambino: chiedi ancora”.

Poniamo cosi alcune domande a Don Luca Trovato della Comunità Nuovi Orizzonti:

  • Qual è il valore del Te Deum alla fine di un anno cosi particolare come il 2020?
    Sappiamo che il Te Deum è un inno di lode a Dio per la magnifica opera della creazione e della redenzione operata in Gesù Cristo ed è un’invocazione della sua custodia perché il sacrificio di Cristo continui ad operare frutti di salvezza nella vita personale e dell’umanità. Per il cristiano pregare il Te Deum alla fine di ogni anno ha il significato di riconoscere che all’origine della sua vita, all’origine della storia c’è un atto d’amore gratuito di Dio Creatore e che tutta la Terra tende ed è incamminata verso un futuro di glorificazione. Quest’anno assume un’intonazione particolare perché ci aiuta a tenere fisso lo sguardo su quella patria del Cielo verso la quale stiamo peregrinando, rinnovando la fiducia che saremo accolti nell’assemblea dei santi. In un momento di crisi come quello presente siamo sollecitati ad ancorarci ancora di più non a ciò che è caduco, transeunte ma a ciò che rimane, che è il destino di eternità a cui siamo chiamati. È solo la fine della storia, la partecipazione alla Gloria dei santi, il vero fine della nostra vita e nei momenti in cui più sperimentiamo la fragilità della condizione umana questo ci apre a una speranza e ci dona una forza incrollabili. L’anno che stiamo concludendo ha veramente scosso le fondamenta della nostra esistenza, abbattendo ogni falsa certezza collocata al di fuori di un orizzonte di eternità. Come cristiani abbiamo il compito di ricordare che la nostra salvezza non viene né da noi stessi né da qualcosa di passeggero ma da Dio stesso e con il Te Deum proclamiamo questa nostra fede. Durante il primo lock down si è diffuso il detto ” tutto andrà bene”.  Non so oggi chi sia disposto a ripeterlo. Non è andato tutto bene nel 2020. Tante persone sono morte, tante famiglie sono state colpite da un lutto, tanti sono stati feriti e destabilizzati, altri stanno attraversando un profondo disagio psichico e sono disorientati, molti hanno perso il lavoro. Per il cristiano è vero piuttosto che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28) che significa che Dio sa trarre il bene anche dal male per chi lo ama e confida in Lui. Amando Lui, continuando a credere che in tutta questa situazione è racchiusa un’opportunità grande di cambiamento, che, dietro una facciata di morte e distruzione, è nascosto un seme di vita per ciascuno, si apre la via verso un futuro di novità e di vita. Papa Francesco dice che “dalle crisi non si esce mai uguali”. A noi la scelta di fare di questo tempo un’occasione di rinascita, di cambiamento dei nostri stili di vita e di solidarietà verso chi più è vittima della cultura dello scarto. Dalle macerie del vecchio mondo basato sulla logica del potere e della sopraffazione può nascere la nuova civiltà basata sulla cultura dell’amore, a partire dall’accoglienza dei più deboli. Ecco perché pregheremo il Te Deum per il tempo propizio, di grazia, che il Signore ci sta concedendo e perché questa occasione non vada perduta. 
  • Sarà una fine dell’anno davvero diversa rispetto a quelle del passato ma sarà comunque Capodanno: come si accinge a viverlo la vostra Comunità?
    La comunità di Nuovi Orizzonti conta ormai tante comunità sparse in tutto il mondo, sia comunità residenziali che vivono nei centri di accoglienza e nelle Cittadelle Cielo, sia comunità non residenziali, composte da famiglie e persone che abitano nelle loro case ma cercano di vivere sullo stile di quelle prime comunità cristiane di cui parlano gli Atti degli Apostoli: condivisione materiale e spirituale; unità che trova la sua sorgente nella preghiera e nella meditazione quotidiana della Parola di Dio; aiuto ed accoglienza di chiunque si senta solo, abbandonato, disperato e viva la morte dell’anima; docilità all’azione dello Spirito Santo che anche oggi riveste i credenti dei carismi necessari per il combattimento spirituale; opera di evangelizzazione per portare l’amore chi non ha conosciuto l’amore, l’unità là dove c’è divisione e solitudine, la gioia della Resurrezione dove c’è morte ed il Cielo dove regna l’Inferno. Quest’anno non potremo organizzare il Capodanno di luce, che è uno degli eventi ormai classici con cui cerchiamo di condividere tutto questo con chiunque lo desideri, ma cercheremo comunque di essere riferimento per tanti anche attraverso i gruppi on line che ormai si riuniscono costantemente e cercano di “fare cordata” per sperimentare comunione e sostegno e aiutare, chi vi fa parte, a non cadere nella trappola della solitudine e del ripiegamento. Per il Capodanno non abbiamo organizzato alcuna iniziativa particolare ma continuerà la nostra vita ordinaria attraverso questi incontri on line che ogni realtà locale organizzerà autonomamente. Mi sembra anche significativo che tanti dei ragazzi che vivono nei nostri centri formazione – ragazzi non affetti da tossicodipendenza e che quindi avrebbero avuto la libertà di tornare a casa per tutto il tempo natalizio – hanno scelto di rimanere nei centri stessi perché qui si sentono in famiglia. Questo è quello di cui crediamo ci sia più bisogno: creare famiglia. Come comunità, il distanziamento sociale che ci è stato imposto non ci ha impedito di farlo, anzi abbiamo colto ogni occasione (concerti, messe, preghiere, testimonianze on line) per farci conoscere e per allargare queste iniziative a quante più persone possibili. Gli appuntamenti on line non sono stati solo un ripiego in un momento in cui non ci si può incontrare in presenza ma sono diventati una vera e propria opportunità per raggiungere persone che diversamente non avrebbero potuto parteciparvi. Questo è proprio un esempio di come un momento di grande prova può diventare opportunità di comunione e di crescita per tanti. 
  • Nei primi giorni del 2021 avete organizzato un evento avente a tema la gioia: provocazione oppure opportunità?
    Questo evento fa parte di un percorso che da anni la comunità Nuovi Orizzonti propone. Il Joy Day è un appuntamento mensile attraverso il quale la nostra fondatrice Chiara Amirante propone  un itinerario interiore alla scoperta del nostro potenziale spirituale, aiutandoci a riconoscere tutte quelle ferite, blocchi, paure, condizionamenti che ci impediscono di svilupparlo. Si tratta di una vera e propria via che porta alla gioia, quella gioia vera che tutti vogliamo ma che pochi riescono a raggiungere. È stato proprio Gesù con la sua vita e con le sue parole a insegnarci il segreto della gioia che si può riassumere nel comandamento nuovo: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Nel capitolo quindicesimo del Vangelo di Giovanni è proprio Gesù a dirci che, dal vivere questo comandamento, dipende la pienezza della nostra gioia: “vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi è la vostra gioia sia piena”. Il segreto sta quindi nell’amare come Gesù ci ha amato, imparare da lui l’amore sapendo che ci sono tante trappole in cui spesso cadiamo che ci impediscono di viverlo. La via che ci rende felici è quella del Vangelo ma se non sperimentiamo gioia è perché non prendiamo sul serio e non viviamo le parole di Gesù. Chiara in tanti anni di comunità, raccogliendo confidenze e lacrime di migliaia di persone ha imparato a riconoscere tutte le trappole, i vizi, le chiusure del cuore, che non permettono di vivere pienamente la propria vocazione all’amore e non fanno quindi raggiungere l’obiettivo della felicità e, attraverso questo percorso, ci condivide la sua esperienza. In questo tempo di grande tribolazione diventa un quanto mai necessario sapere che, senza un lavoro interiore, senza attingere al proprio potenziale spirituale, è pressoché impossibile non cadere nella trappola dell’ansia, non essere in balia dei cattivi pensieri o in preda all’angoscia e alla preoccupazione. Il percorso che Chiara Amirante propone aiuta proprio a trovare e mantenere la gioia in un contesto di prova, come quello attuale che stiamo vivendo. Non si tratta, quindi, di una semplice provocazione ma di una proposta molto seria di rinnovamento e rinascita spirituale. Provare per credere!

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Autore

Alessandro Grazioli

Marito e papà di 4 bambini, laureato in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, Specialista sviluppo prodotti e servizi assicurativi Gruppo Assimoco – Business Unit Eticapro, Consigliere Comunale e Presidente del Comitato di settore dei servizi sociali del Comune di Torre Boldone, divulgatore nazionale

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