Non ci siamo mai chiesti perché Facebook è gratis? Perchè un miliardo e trecento milioni di persone al mondo non versa un solo euro per avere un profilo sul social network di Menlo Park?



Semplice: c’è la pubblicità che si frappone nella nostra timeline. Risposta esatta, ma incompleta. Se volessimo fare un paragone con la televisione di stato, la maggior parte della carta stampata oppure la visione di un film al cinema diremmo che, nonostante la pubblicità, un canone, un prezzo per la copia del giorno oppure il costo d’ingresso in multisala lo sborsiamo comunque. Allora perchè Facebook è totalmente free? A spiegarlo è Mirella Castigli, giornalista per Itespresso.it, collaboratrice del Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie e autrice di libri di successo come “I motori di ricerca nel Caos della Rete”, “Mela Marcia”, “Faccia da Web” e “Zero Privacy”.

Quello che non versiamo in denaro lo paghiamo con badilate di informazioni su noi stessi. Se il servizio è gratis, il prodotto siamo noi. E’ incredibile la quantità di dati che diamo in pasto a Facebook (e non solo!) quando aggiorniamo la status della bacheca, accettiamo un’amicizia o piazziamo un “mi piace”. Facebook ci osserva e macina pubblicità tagliata su misura nel real time.

Un esempio?
E’ capitato a me. Ho scritto di avere un tremendo mal di schiena e dopo nemmeno tre ore mi è comparsa la pubblicità di un comodo tavolino per computer da utilizzare mentre si è a letto. Se uno si ferma a riflettere conclude che la privacy è corta. O meglio che dipende molto da noi. Io non avrei dovuto scrivere che avevo mal di schiena e di conseguenza niente pubblicità. Sta a noi tutelare la nostra privacy in maniera più stringente oppure ammettere, purtroppo, che il controllo della riservatezza fa parte di un’era analogica che non esiste più e che quindi preferiamo la comodità di ricevere una pubblicità che veramente ci interessa cedendo in parte i nostri dati più personali. Intendiamoci: non lo facciamo solo con Facebook. Rinunciamo a un pezzetto della nostra privacy ogni giorno, quando forniamo i nostri dati per ottenere una carta a punti al supermercato, quando compiliamo la cartolina di un concorso a premi, entriamo in un portale per cercare lavoro, quando paghiamo con la carta di credito o passiamo sotto al Telepass in autostrada.

Privacy e  pigrizia non vanno d’accordo.
Esatto. Diciamo che gli italiani predicano bene, ma razzolano male. Leggono, si informano,  si scandalizzano se la NSA (Agenzia  americana della sicurezza nazionale) spia i cittadini, ma poi, al lato pratico, sembrano dimenticarsi lasciando online di tutto. Esperimenti di prestigiose università hanno dimostrato che usando i dati pubblicamente accessibili su Facebook è possibile indovinare se un soggetto facesse uso di droga o avesse genitori divorziati con una precisione superiore al 80%. Non è tutto: è possibile definire tratti della personalità e dell’intelligenza, con risultati simili a quelli che si ottengono con test specifici. Detto questo la regola numero uno è quella di non raccontare troppo della nostra vita.

Mark Zuckerberg può diventare un Big Brother?
Dipende da noi utenti. Dobbiamo spingere affinché i legislatori aggiornino le direttive privacy ai tempi dei social, in Europa e in Italia. Sta sempre a noi configurare il setting della privacy, in modo da evitare di dare in pasto a Facebook un eccesso di informazioni; sta sempre a noi essere consapevoli dei rischi e delle potenzialità dei social media. Usare password non banali, tenere il computer aggiornato, non mettere la nostra vita digitale in pericolo, nelle mani di malintenzionati: noi utenti dobbiamo diventare padroni dei nostri dati, ma anche capaci di tenerli in sicurezza, così come chiudiamo il portone di casa a quadrupla mandata. La sicurezza IT non è un optional. A noi utenti deve star a cuore la nostra privacy, perché Mark Zuckerberg e i suoi colleghi vogliono guadagnare dall’advertising mirato, in modo legittimo e sempre di più. Sta a noi “dare in pasto” al mondo digitale solo ciò che serve per il nostro business, e non una foto o uno status più del necessario.

Qualcosa di positivo sulla privacy che se ne va?
Il dato principale è che le aziende con Facebook, soprattutto le PMI, sono uscite dalla crisi. Hanno trovato commesse di lavoro, allargato il portafoglio clienti, sperimentato una rinascita commerciale. (Bruno Silini)

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Autore

Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

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