Alla festa di S. Antonio Abate, Padre del deserto. Di lui abbiamo l’idea di uomo votato al sacrificio, alla penitenza, un selvatico misantropo e misogino. Quel monachesimo è stato un fenomeno del primo Cristianesimo sviluppatosi in Egitto. Favoriti da un certo clima questi uomini vivevano in grotte o capanne coltivando del proprio o prestando la propria opera per qualche lavoro saltuario. Povertà, umiltà e castità erano rinunce per avere “tutto”, “un orgoglio smisurato della volontà” diceva Nietzsche, oppure, diremmo noi, contestazione di una certa civiltà, bisogno di ritrovare una pienezza di vita, fuga per la libertà alla ricerca di una natura incontaminata. Quasi duemila anni ci separano da loro, ma qualcosa ci dicono ancora.

Antonio è raffigurato vestito di saio con un bastone su cui pende un campanello, ai piedi un maiale, richiamo al mondo contadino che per secoli l’ha celebrato. Certo per le sue virtù taumaturgiche, ma anche come figura familiare, lontana dalle blandizie e dagli imbrogli della città. L’isolamento faceva parte di quel mondo, a contatto e in lotta con la natura, a volte benefica a volte matrigna. Si gustavano i racconti di lui che parlava con gli animali, con il corvo che veniva ogni giorno a sfamarlo, la pagnotta nel becco come si accenna nell’affresco della volta del pittore cantonese Vincenzo Angelo Orelli (1797) in Antonio nella gloria del paradiso. Era più libero di dedicarsi alla preghiera o a lunghe conversazioni spirituali con il confratello Paolo. Piacevano e si ricordavano i suoi detti, insegnamenti concisi e profondi. Eccone uno: “Come il pesce corre al mare così il monaco alla sua cella perché non accada che attardandoci fuori dimentichiamo di custodire ciò che è dentro noi.”

Non ho trovato oggi, 17 gennaio, i segni di quel mondo contadino, almeno prima della messa. C’erano tante macchine, molte di chi se n’è andato, cercando lavoro e abitazione altrove. Si capiva dai saluti e dai sorrisi. Le case sono rimaste, trasformate e abbellite, di vecchi e nuovi abitanti.

Segni della festa di Sant’Antonio abate a Celana era una bancarella di dolciumi e sulla porta il tavolo delle torte fatte in casa per i bisogni della Parrocchia e della Chiesa, che sono tanti. Conservano tesori che necessitano di riparazione e restaurazione. Ci sono le tele di Antonio Cifrondi (1656-1730), nativo di Clusone, raffiguranti quattro Dottori della Chiesa: Gregorio di Nissa, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo e Basilio. Sono teologi dell’Oriente cristiano, protagonisti nelle diatribe sulla natura di Gesù, uomo e Dio, e sulla Trinità, che agitarono e divisero la Chiesa sul finire del IV secolo. Commissionate in epoca barocca, servivano a richiamare i fedeli ai fondamenti dottrinari della fede, secondo i dettami del Concilio di Trento. Ogni chiesa è la manifestazione dello slancio di fede e di idee che si prolungano nella storia. Vi hanno collaborato sempre artisti più che ragguardevoli e queste opere d’arte si sono depositate, in questa chiesa come nelle altre, da conservare e trasmettere alle future generazioni.


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