Fino al 19 giugno resterà aperta a Lecco (Palazzo delle Paure) la mostra La luce dal vero. L’eredità della pittura macchiaiola. Da Fattori a Ghiglia. Più di 90 dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private, testimoni di come la lezione dei maestri della Macchia – da Giovanni Fattori a Silvestro Lega e Telemaco Signorini – sia stata sviluppata e rielaborata da una nuova generazione di artisti, a volte con effetti imprevedibili.

Dopo i ritratti di nobili o borghesi, di signore a passeggio con l’ombrellino, di baci audaci, di notti lunari, di epiche battaglie o serenate di menestrelli, di racconti  mitologici o madonne tra le nuvole, qui ci sono popolani, contadini, uomini intenti a zappare o falciare, vecchi  sedute fuori casa o giovani donne col secchio alla fontana, bambini in camiciotto o sorelline a custodia dei piccoli, buoi all’aratro e asini all’uscio, uomini che traiano un’imbarcazione in parte all’Arno o pescatori in procinto di prendere il largo, soldati non in battaglia ma in attesa o a riposo.

Finiti i furori del Risorgimento l’Italia sabauda muove i primi passi con i problemi quotidiani. Si accorge di essere semianalfabeta e un paese di emigranti. E’ morto Vittorio Emanuele II, lo Stato della Chiesa è scomparso. Siamo nell’età umbertina, del Re buono e della consorte Regina Margherita, di Giosuè Carducci e di Collodi, dei racconti di Renato Fucini e delle novelle di Verga. Un’Italia miracolosamente fatta che si guarda e cerca spazio e riconoscimento anche fuori.

Questi pittori abbandonano le botteghe, i laboratori, gli studi dove si costruivano figure e scene, dove si aggiravano allievi e collaboranti a preparare cartoni, stucchi, modellini, dove giungeva la committenza e sceglieva. I pittori che siano scapigliati, macchiaioli, impressionisti o avanguardisti invece escono. Vanno nelle strade, per la città, nelle chiese o sulle piazze, all’aria aperta, nei prati, sulle rive, sulle spiagge. tra sentieri e strade selciate, tra casolari e vicoli di paese, sugli usci di casa e ai portoni delle stalle, ai lavatoi e sui fossati, nel porto o su spiagge deserte.

Non lavorano su commissione. Pitturano per conto loro, secondo il loro istinto. Non hanno padroni. Provano. A volte sono quadretti, cartoncini, tondi come specchi da tenere sul comò. Non più tele gigantesche che occupano la parete o il centro di grandi sale, da porre in cima agli scaloni o sulle pareti dei larghi corridoi.

Danno sfogo alla fantasia e all’emozione. Questi quadri si riempiono di colori. Hanno come sfondo la natura nelle varie stagioni, il cielo ad ogni ora del giorno, non montagne o tramonti né piazze o chiese ma borghi, cascinali, angoli, stanze, terrazze, stradine. Amano i contrasti di luce, la quiete dei campi di grano, lo scintillio delle fronde e del bosco, il luccichio del mare, i bianchi del bucato, il controluce di un porticato. Vogliono esprimere il carattere del luogo, sono attenti ai problemi sociali, partecipi delle nuove idee, ostili all’autorità imposta; c’è un forte sentimento di partecipazione e solidarietà, aspettative di giustizia, di libertà e di uguaglianza. I nomi sono tanti, più o meno noti. Sono i capiscuola Fattori, Lega, Signorini, gli allievi e altri, i fratelli Gioli e Tommasi, Plinio Nomellini, Mario Puccini, Oscar Ghiglia, Lorenzo Viani. La fucina privilegiata è la Toscana, in particolare Firenze e Livorno. Si stringono amicizie al Caffè Michelangiolo, si ritrovano a discutere nella villa dei Tommasi, fanno conoscenze con artisti d’Oltralpe, si tengono in contatto epistolare. Qualcuno sarà esclusivamente pittore altri saranno anche incisori, copisti, antiquari, collezionisti. Avranno amici architetti, scrittori, musicisti, politici e mercanti d’arte. Qualcuno avrà successo e soldi, altri moriranno poveri.

Al Palazzo delle Paure avevo visto la mostra sulla Scapigliatura, prima della pandemia. Ora si prosegue. Le opere sono più numerose, lo sforzo organizzativo è cresciuto. La mostra sarà aperta fino a giugno. Dalla finestra un’occhiata al lago, un assaggio della passeggiata da proseguire poi. 


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