Durante il primo lockdown ho avuto modo di imbattermi in una immagine che mi ha colpito profondamente perché raccontava questo periodo storico, legato all’emergenza Covid19, in modo semplice ma efficace. L’opera dell’artista inglese Bansky raffigura un bambino che, abbandonati i pupazzi di Batman e dell’Uomo Ragno, gioca con un nuovo paladino: una infermiera con le braccia nella classica postura di Superman .

L’arte ha sempre rappresentato le grandi pandemie dando vita ad innumerevoli opere le quali hanno raccontato in modo sempre diverso gli effetti devastanti di questi drammatici periodi. Per capirne di più ho approfondito il tema ponendo alcune domande all’artista Matteo Negri (foto) impegnato in nuova sua mostra “Ho le montagne negli occhi” allestita fino al 25 gennaio 2021 al MEB Arte Studio di Borgomanero (Novara):

  • Com’è nata questa la sua nuova mostra?
    All’inizio di quest’anno ho cominciato a lavorare su alcune opere bidimensionali di piccolo formato. Di fatto sono sfumature di colore, gradienti progettati digitalmente e stampati su carta fotografica ad alta densità di pigmento, dal giallo al rosso come anche dal turchese al celeste o dal fucsia al giallo. Su questi elementi ho iniziato a lavorare con grafite a mano, come già ho fatto su altri lavori in precedenza, stendendo questo materiale a campire forme nette che tagliano lo spazio. L’idea è stata quella di cercare di creare dei piani di materia dal forte impatto sensoriale. Ho proseguito questa sperimentazione con l’utilizzo di pellicola dicroica adesiva che, inserita come un ultimo livello sopra grafite e carta, innesta delle interessanti variazioni di colore e profondità di campo intercettando variazioni cromatiche differenti in base al punto di osservazione , di fatto sono nati dei caledoscopi aperti sul mondo. Da questa intuizione sull’interazione tra osservatore e opera, anche grazie alla natura del materiale io e il gallerista Marco Emilio Bertona (direttore di MEB Arte Studio), abbiamo iniziato a dialogare sulla mostra.

  • Poi è arrivato il lockdown e da marzo la mostra è stata spostata a novembre
    Nel periodo in quarantena riguardando il progetto ho pensato fosse opportuno inserire all’interno della mostra un dialogo tra lo spazio esterno ed interno della galleria, dal momento che proprio le vetrate sulla strada sono l’aspetto più incisivo della galleria e le opere che ho iniziato dalle geometrie secche e dalla superficie specchianti chiedevano un dialogo oltre il loro perimetro. Poi durante i mesi “casalinghi “ avendo a disposizione solo le finestre come dialogo con l’esterno, ho sviluppato ancora di più l’idea che la finestra, così come la cornice, non è solo un mezzo per guardare oltre uno spazio o dentro (ad esempio fuori dalla stanza, come per contenere un’opera), ma anche per costruire una relazione fisica, uno strumento di dialogo possibile.

  • Così la mostra si è lentamente spostata su un piano installativo.
    Esattamente affinché potesse contenere delle “eccedenze” di materiale, di spazio ulteriore a quello definito dall’opera, ipotizzando che le pellicole colorate potessero entrare in dialogo con le vetrate come già lo sono nelle opere, e che la grafite sulle carte potesse strabordare ulteriormente sulla parete. L’idea è stata quella di creare un cortocircuito continuo e mirato nel visitatore.
    La collaborazione con la curatrice Rossella Farinotti ha poi evidenziato alcune analogie, come quello tra architettura e paesaggio , che hanno dato vita al titolo : “Ho le montagne negli occhi” e a un bellissimo dialogo che è riportato nel testo in catalogo di prossima uscita.
  • Durante il primo lockdown lei si è messo a servizio della comunità contribuendo, in modo molto concreto, alla realizzazione dell’ospedale in Fiera Milano: come questa attività ha influito sui contenuti della tua ricerca?
    Non saprei definire come il lavoro dell’Ospedale abbia interagito nella mostra, sicuramente mi ha fatto riflettere molto sul valore dell’azione in quanto tale e sul significato di opera, in senso più ampio. Sebbene abbia realizzato e venduto molte opere nella mia vita, l’opera dell’Ospedale in fiera, per quanto discussa e attaccata rimarrà qualcosa di importante per me, perché è una cosa che serve, un’opera che è al servizio dell’altro in modo assoluto per il bene dell’altro, interessante prospettiva.
  • Contrariamente a questo previsto in origine, l’inaugurazione della mostra è avvenuta digitalmente: secondo lei questa nuova frontiera comunicativa rappresenta un punto di svolta definitivo oppure, finita l’emergenza, tornerà il gusto di assistere agli eventi culturali dal vivo?
    Per quello che posso capire il mondo degli avvenimenti, qualunque sia la loro natura, avrà a che fare per molto tempo con il Covid. L’inaugurazione di una mostra, come l’abbiamo sempre vista, (così come un concerto immagino) difficilmente potrà avvenire in presenza per evidenti problemi di assembramento e di relativo possibile contagio. Il nostro tentativo è stato realizzare un opening digitale tramite un breve video sui social e YouTube. E’ uno strumento che ha colmato la distanza fisica in modo immediato e ha dato velocemente il via a quelli che sono in normali appuntamenti in galleria con i collezionisti e interessati in maniera ordinata e scaglionata. Io credo che finita l’emergenza di questi mesi, nel 2021 alcune modalità di fruizione digitale resteranno alla base di un nuovo modo di vivere gli eventi , che probabilmente non torneranno totalmente dal vivo per molto. Non è detto che questo tolga il gusto alle opere e alle mostra, anzi oserei dire che costringono a una preparazione più accurata dei contenuti, il che non è negativo.
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Autore

Alessandro Grazioli

Marito e papà di 4 bambini, laureato in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, Specialista sviluppo prodotti e servizi assicurativi Gruppo Assimoco – Business Unit Eticapro, Consigliere Comunale e Presidente del Comitato di settore dei servizi sociali del Comune di Torre Boldone, divulgatore nazionale

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