C’era una volta, nella meravigliosa Mesopotamia orobica, un professore dall’andatura sempre un tantino scalcagnata: camminava lentamente, strascicando i piedi, tra il Sentierone e via XX Settembre e, quasi sempre, aveva in mano qualche sacchetto floscio e semivuoto, di quelli del supermercato, in cui intuivi la presenza di qualche libro.



Solitamente, era vestito come uno che possieda buon gusto, ma che sia costretto da un’antica maledizione a vestirsi tutte le mattine nella più completa oscurità. Anche il suo modo di parlare rispecchiava il suo aspetto: aveva una specie di lento birignao, vagamente veneto, in cui prendeva delle pause nelle quali pareva raccogliere il fiato e le idee. Visto così, nessuno gli avrebbe dato un centesimo: sembrava uno di quegli ostinati clochards che colorano della loro desolata fantasia i pomeriggi dei Lungosenna. Invece, nonostante questo aspetto trasandato e le movenze un po’ da bradipo, il professore era una vera macchina da guerra. Tendeva al proprio fine con incrollabile caparbietà e metteva in campo energie inimmaginate, se si trattava di portare a termine la missione. E queste missioni si potrebbero riassumere in un’unica parola: cultura.


Il Nostro viveva di cultura e per la cultura: pur trovandosi a militare nel più prosaico e anticulturale dei partiti italiani, egli si dedicava anima e corpo alla creazione di eventi culturali, come conferenze, convegni, seminari. E riusciva a trascinare, in virtù tanto delle sue molteplici amicizie quanto della sua insuperabile insistenza, i più bei nomi della cultura non conforme a Bergamo: organizzava con certosina attenzione eventi che riempivano le sale, in ore e giorni in cui, per solito, in Mesopotamia si riempiono i bar. Era bravo. Porca miseria se era bravo! Era anche un clamoroso rompiballe, naturalmente: ma quanto ci vorrebbero, oggi, rompiballe come lui! Sono cinque anni che è morto, e sembrano cinquanta: après moi le déluge, avrebbe potuto esclamare sul letto di morte. Invece, conformemente al suo carattere, per nulla incline al teatro, non esclamò un bel niente. Fummo noi, gli amici, ad esclamare, increduli: non è possibile! E questo valeva tanto per l’improvviso, ancorchè annunciato, dolore, quanto per lo stupore nel vedere il professore, una volta tanto, vestito con sobria eleganza, per l’appuntamento con la strìa.

Comprendemmo allora che avevamo perso un attore inestimabile: che la sua anima era quella di un guerriero e non di un insegnante un po’ in disarmo. E che non sarebbe più tornato. La Mesopotamia continuò il suo vorticoso girare, intorno al perno del produrre, del muoversi, del trafficare: ma, da allora, in questa giostra multicolore, in questo carosello matto, è rimasto un posto vuoto, un angolo buio. In consiglio comunale, dove nessuno pare ricordarlo. Nel mondo della cultura, tutto concentrato sugli aoristi: sulle momentanee gloriuzze. E, allora, mi sono detto: eh no, accidenti, almeno noi del Giopì lo ricorderemo. Ha scritto tanto, tante volte ha salito la breve scala di piazza Pontida, ha scalato i gradi araldici del Ducato, ed è giusto che, almeno noi lo ricordiamo. Io misero Alfiere, gli dovevo l’omaggio vassallatico, visto il grado di Cavaliere Pleno Jure. Non che me l’abbia mai chiesto, intendiamoci: però gli faceva piacere vedere riconosciute, una volta tanto, le sue notevoli virtù. Così, qui, in queste cronache mesopotamiche rimanga ad eterna memoria (o, perlomeno, per un po’) la nobile figura di Enzo de Canio, cavaliere del Ducato, uomo di gran cultura e nostro caro amico, nel quinto anniversario della morte. Perché il Giopì esiste da tanto tempo, grazie a uomini come lui. E di questo saremo sempre grati a Enzo de Canio. (tratto dal Giopì, giugno 2020)

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