Uno dei racconti di Natale più celebri al mondo è certamente “Christmas Carol” di Charles Dickens ma pochi sanno che a seguito della sua pubblicazione aumentarono in Inghilterra, in modo esponenziale, le donazioni, Questo perché tanti uomini d’affari percepirono nella storia di Scrooge tante similitudini con la propria vita e così decisero, proprio come accade nel romanzo, di provare a dare il loro contributo al bene comune.

Il tema degli affari è anche oggi di grande attualità e, ora più che mai, le persone che occupano ruoli manageriali devono essere accompagnate in un cammino di consapevolezza per poter giungere, come nel racconto di Dickens, a quel famoso lieto fine cosi descritto: “Diventò il migliore degli amici, il migliore dei padroni, il migliore degli uomini della vecchia città, di ogni altra vecchia città, paese o borgo del buon vecchio mondo. Qualcuno rise di questo mutamento, ma egli li lasciò ridere e non ci fece caso, poiché era abbastanza saggio da sapere che nulla di buono succede su questa terra, senza che qualcuno, sulle prime, si prenda il gusto di riderne”.

Ed ecco che nel 2020 accade di imbattersi in libreria con un libro di don Giulio Dellavite (foto) dal titolo “Se ne ride chi abita i cieli” in cui si racconta un imprevisto incontro tra un manager di successo e i monaci di un monastero. Affascinati da questa dinamica proviamo qui a replicarla mettendo in dialogo l’autore del libro con il manager bergamasco che, vivendo il suo ruolo, sta innovando positivamente il mondo assicurativo: il dottor Ruggero Frecchiami (foto) del Gruppo Assimoco.


Domande per don Giulio Dellavite

  • Don Giulio nel suo libro racconta la storia di un incontro tra due mondi apparentemente distanti: da dove nasce questa idea narrativa?
    Ho colto una sollecitazione che è nata a partire dalla mia esperienza. Sono diventato prete a Bergamo e dopo quattro anni con i ragazzi in oratorio sono stato inviato a Roma per gli studi in diritto canonico, dove ho raggiunto il dottorato con una tesi in cui ho applicato al governo della chiesa le teorie del management nel rapporto tra autorità e autorevolezza. Nel frattempo ero stato chiamato a svolgere il mio servizio in Santa Sede come segretario del Cardinale Giovanni Battista Re, allora prefetto dei Vescovi. Poi sono tornato a Bergamo nel 2012 come Segretario Generale della Curia. Gli studi, l’esperienza decennale in Vaticano, il lavoro quotidiano, la mia formazione spirituale e vocazionale, mi hanno portato a unire questi due mondi e a voler condividere soprattutto tre concetti che ho provato sulla mia pelle. Il primo: manager e monaco dicono le stesse cose, solamente in due lingue diverse. Spesso abbiamo l’impressione di essere su mondi diversi e invece la verità unisce sempre perché il valore dell’uomo è a prescindere da ogni tipo di packaging culturale e religioso, come pure da titoli e etichette. Qui si lega la seconda idea: Gesù nel Vangelo dice “la verità vi farà liberi” e la libertà mette in discussione. I due mondi incrociandosi si mettono in questione, si contaminano, si pongono reciprocamente delle domande che fanno smuovere da giudizi, pre-giudizi e post- giudizi. Il traguardo, come terzo passo, è allora la scoperta di un nuovo punto di vista. C’è un proverbio orientale che dice che ogni problema ha tre soluzioni: la mia, la tua e quella giusta. Il titolo “se ne ride chi abita i cieli” è la scommessa a guardare le cose da un altro punto di vista e magari dall’alto. Non ho mai sentito nessuno vedere un panorama dall’alto e dire “che brutto!”, tanto che magari senti dire “che bello!” proprio nel guardare le lucine sulle strade sottostanti che altro non erano che il traffico maledetto poco prima per arrivare in altura. Lo stesso vale per un labirinto ad esempio: se ci sei dentro devi sbattere la testa tante volte, se lo guardi dall’alto invece, allarghi l’orizzonte e trovi la strada più facilmente.

  • Il protagonista del suo libro possiamo descriverlo come una versione attuale dello Scrooge di Dickens?
    Non oserei tanto. Direi piuttosto che è un’eco dello stesso messaggio. L’ho riformulato con un gioco di senso che è il cuore del mio libro ed è la parola “potere”. Se potere viene inteso come sostantivo, “il potere” allora è qualcosa da conquistare sgomitando o lottando o schiacciando, è qualcosa da difendere da possibili antagonisti o nemici o detrattori o invidiosi; è qualcosa che ti pone sopra gli altri e ti differenzia. Se invece la stessa parola “potere” la si legge come verbo, ci si accorge che nel vocabolario italiano ha pure una sfumatura molto interessante e cioè è un verbo “servile”, cioè la sua efficacia e la sua energia sta nel rendere migliore la situazione che accompagna. Provo a spiegarmi: se dico “poter camminare” questo presuppone che prima si era bloccati, “poter mangiare” presuppone un digiuno, “poter parlare” presuppone fatica. Ecco perché ho scritto nella retrocopertina: “Leader è chi sa essere manager fuori e monaco dentro perché, come ha detto Papa Francesco, il vero potere è il servizio”. Tutti siamo manager di noi stessi nel dover gestire giornate incasellate, relazioni ingarbugliate, impegni assillanti, se non vogliamo soffocare abbiamo bisogno di recuperare l’essere monaci dentro, cioè di recuperare un’anima, di rimettere un po’ di anima in quello che viviamo, che diciamo, che facciamo. Abbiamo proprio bisogno di “ri-animarci” e il covid ce lo ha fatto capire fin troppo intensamente, quando non lasciandoci andare più fuori ci ha costretto ad andare “dentro”.

 Domande per Ruggero Frecchiami

  • Nel libro si dice che cosi come l’abito non fa il monaco, il ruolo non fa il manager: cosa vuol dire, nella sua esperienza, essere manager eticamente responsabile di una comunità?
    Parto dal precisare che, secondo me, nella nostra società si dà troppa importanza al ruolo, come se esistessero ruoli più nobili di altri. Personalmente provo ammirazione per chiunque faccia bene, con  professionalità e passione, il suo mestiere , a prescindere dal mestiere stesso. L’eccellenza prescinde da ciò che faccio, ma esprime come lo faccio. Quanto al ruolo del manager, credo che siamo di fronte ad una svolta culturale importante, dallo shareholders capitalism allo stakeholder capitalism, in parole più semplici nella guida dell’organizzazione si riconosce la necessità di prendere in considerazione tutti i portatori di interesse, per esempio i collaboratori , i fornitori fino a considerare le comunità con cui si è in contatto, prendendosene cura e valutando i corsi di azione in base agli impatti non solo economici, ma anche sociali e ambientali che vengono prodotti.
  • Nel racconto si affronta il tema del potere che, solo se inteso come verbo (poter essere, poter fare, poter guidare, poter decidere), diventa una sinfonia per eseguire la quale serve un direttore d’orchestra: quali sono le caratteristiche che un direttore di azienda deve avere perché questa melodia venga eseguita in armonia con tutti i propri collaboratori?
    Anche in questo caso occorre fare un preambolo riguardante l’ambiente culturale in cui siamo immersi. Purtroppo quando si evoca la leadership ciò che i media sottolineano spesso è proprio il tema del potere, nella sua versione migliore enfatizzando il lato eroico della presa di decisioni, nella peggiore la degenerazione verso l’arbitrarietà. Credo che faremmo del bene alla società e alle future generazioni, se sottolineassimo che la leadership prima di essere potere è responsabilità e servizio. Responsabilità e servizio, perché decisioni e azioni che vengono assunte hanno un impatto rilevante sui diversi attori e sulle diverse comunità coinvolte. La responsabilità implicita nel ruolo richiede lavoro su se stessi per cercare di esserne all’altezza. E’ un percorso che dura una vita. Se devo richiamare quali sono le caratteristiche secondo me più utili in questo percorso, direi la capacità di ispirare , di far intravvedere uno scopo che valga la pena di essere perseguito, la capacità di ascoltare e di imparare, equità e determinazione nei processi decisionali, energia e passione, ma soprattutto la capacità e la voglia di prendersi cura degli altri. E se ne devo scegliere una, scelgo quest’ultima. Una delle parole più cercate dagli italiani sul motore di ricerca Google è l’espressione “cambiare decisamente vita” e, dalle preziose risposte date dai nostri intervistati, emerge che quel “decisamente” implica qualcosa di molto profondo che riguarda l’io e che, Mahatma Gandhi, avevo cosi profeticamente sintetizzato “ Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.
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Autore

Alessandro Grazioli

Marito e papà di 4 bambini, laureato in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, Business Unit Eticapro, Consigliere Comunale, scrittore di libri per l'infanzia, divulgatore e influencer sociale su Socialbg

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