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Mauro Malighetti

La semiotica o scienza dei segni nasce con Charles Sanders Peirce, filosofo nato a Cambridge, in Massachusetts, il 10 settembre del 1839. Il nostro rapporto con la realtà, afferma Peirce, è di tipo segnico. Il segno ha un aspetto fisico, per esempio la parola che si scrive o si dice, che ha relazione con un oggetto o un pensiero. A sua volta l’oggetto o il pensiero rimanda ad altre cose o ad altri pensieri. Come tutto ciò funzioni è proprio della semiotica.

Il pensiero teologico si era occupato dei segni attraverso cui Dio si dava, per esempio i miracoli sono segni della sua potenza. Eraclito, detto l’Oscuro, diceva a proposito del Signore di Delfi: “Non afferma non nega ma accenna”. Peirce che viveva le rivoluzioni tecniche della fotografia, del cinema, delle comunicazioni, si rese conto delle novità che introdussero e inaugurò una filosofia che avvertiva la funzione operativa del pensiero sulla realtà.

Anche lo svizzero Saussure approfondì questa visione di significazione e di segno per il linguaggio. La lingua è fatta di significante (la parola fisica) e significato (la cosa che la parola indica). Il primo è arbitrario e cambia secondo le lingue. I segni sono legati tra loro e dividono lo spazio della significazione, ognuno copre un ambito che non è sempre lo stesso per le varie lingue: gli esquimesi ad esempio hanno un’infinità di termini per indicare il bianco. La lingua è vista come un sistema. Ma non è l’unico. Con Saussure nacque il movimento detto Strutturalismo.

La Semiotica si produsse nell’analisi dei testi della comunicazione, degli scritti letterari, dei messaggi pubblicitari, degli articoli di giornale, dei dipinti, di sequenze televisive, dei film. Un esponente illustre fu Roland Barthes che approfondì vari campi semantici e studiò i modi concreti con cui si dà senso, si infrange la norma, si manipola, si influenza.

Punto importante della semiotica è la narrazione. Capire è come raccontare. Le cose o gli eventi per noi hanno senso se li riduciamo in storie. Per rendere sensata l’esperienza applichiamo il filtro narrativo: fatti che si presentano, accadono, si modificano, si oppongono o terminano attraverso dei personaggi. Si racconta una foto, una passione o un’emozione, sempre nell’ambito del pensare.

Il russo Vladimir Propp analizzò le fiabe con le loro caratteristiche costanti sia che si trattasse di una principessa rapita, di un tesoro sottratto, di un regno usurpato. I personaggi intervengono e la situazione si conclude con un premio o un castigo. Uno schema che si ripete. A. J. Greimas ampliò l’analisi ai sentimenti, per una storia d’amore, il successo politico, l’andamento di un club sportivo.  Si parla di semiotica generativa. Un’analisi che interagisce con l’estetica, con la psicologia, con la sociologia. Guardando o costruendo un’immagine noi seguiamo una particolare grammatica: vediamo un cerchio con due macchie e una linea in mezzo e diciamo che è una faccia; vediamo in una chiesa un dipinto di uomo nudo trafitto da frecce e capiamo che si tratta di S. Sebastiano. Il conduttore dello spettacolo televisivo guarda alla telecamera per farci sentire parte in causa, diversamente dall’attore del film dove noi siamo spettatori esterni alla vicenda. Le immagini ci muovono, ci seducono, ci indignano, ci insegnano.

Peirce rifiutò il dualismo cartesiano di uomo e natura, il conoscere dentro e fuori di noi. L’uomo, per Pierce, è in un processo infinito di conoscenza, elabora le nuove conoscenze in relazione a quelle vecchie, percependo lo stesso oggetto da angolature diverse. Anche gli oggetti, si interfacciano, cambiano senso secondo l’oggetto a cui sono accostati; su tale interattività gioca la pubblicità. Noi interagiamo con le immagini, non siamo inerti, e ci muoviamo in un mondo di segni che cambiano e ci cambiano.


tratto dalla trasmissione RaiZettel (sintesi a cura Mauro Malighetti)

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