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Sinodo: le riflessioni del bergamasco Padre Mario Aldegani

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padre mario aldegani
Padre Mario Aldegani

«Auspico che il Sinodo riaffermi anzitutto con parole chiare e belle la verità della famiglia, come valore essenziale della convivenza umana, e sappia dirne le leggi non come un peso, ma come un dono e un valore buono per tutti; dica al mondo di una Chiesa che è casa per tutte le famiglie, luogo di incontro, di partecipazione e di protagonismo, nella convinzione che “la famiglia migliore deve ancora venire”, come ha detto papa Francesco a Guayaquil nel suo viaggio in Ecuador».
La riflessione arriva da don Mario Aldegani, superiore generale dei Giuseppini del Murialdo, nominato tra i padri sinodali che da lunedì prossimo dovranno affrontare in tutto il loro rilievo e in tutta la loro complessità i temi legati alla realtà della famiglia nella Chiesa e nella società.

Padre Aldegani, dalle parole pronunciate dal Papa a Filadelfia emerge con chiarezza la sollecitazione a farsi carico di tutte le famiglie, nessuna esclusa. Sarà davvero possibile questo slancio di carità nella verità?
Proprio perché la Chiesa è questa comunità di incontro e di comunione non ha paura di farsi carico anche delle famiglie ferite o di quelle in difficoltà: c’è posto e attenzione anche per loro, a volte soprattutto per loro. Le catechesi che il Papa ha proposto nei mesi scorsi e poi quello che ci ha spiegato nei suoi interventi all’Incontro mondiale delle famiglie proposto a riguardo delle “famiglie ferite” mi paiono a questo proposito davvero illuminanti. Insomma, sì, carità nella verità»».

Cosa c’è da attendersi dalle decisioni dei padri sinodali?
Questo del 2015 è il terzo Sinodo a cui ho la grazia di partecipare e, sulla base della mia piccola esperienza, dico che ho una grande fiducia e sono certo che le attese non andranno deluse; il risultato del cammino sinodale sarà un annuncio di speranza per tutti e un incoraggiamento a vivere la grandezza e la bellezza della vocazione e della missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. Preciso che il Sinodo non prende decisioni, ma offre indicazioni e proposizioni al Papa, che poi prende le decisioni. E questa è la prima ragione di fiducia: viviamo la nostra esperienza di discernimento cum Petro e sub Petro: questo è qualcosa di essenziale.

Eppure qualcuno si diverte a dipingere una Chiesa divisa in due partiti, «conservatori» e «progressisti», quasi che le parole del Vangelo fossero un optional. È davvero così?
Ma no, c’è da tenere presente che il Sinodo non è un parlamento con partiti contrapposti, è un cammino di comunione: “Il Sinodo è uno spazio protetto, affinché lo Spirito Santo possa operare”; così ha detto il papa Francesco raccontando il Sinodo 2014 nell’udienza generale del 10 dicembre scorso. Sono certo che anche questa volta sarà così: ogni padre sinodale entra nel sinodo con la sua fede, la sua esperienza, le sue convinzioni, ma soprattutto con l’impegno ad ascoltare lo Spirito e a cercare la comunione.

Quale aspetto la preoccupa maggiormente?
Il linguaggio. Non serve, secondo me, un documento dottrinale, che si preoccupi di tutte le sottigliezze necessarie ad un confronto fra teologi, ma un documento con un linguaggio semplice, che impieghi le parole e le immagini della vita, che possa essere compreso da tutti e che può raggiungere tutti. Mi sono riletto in questi giorni tutte le catechesi che papa Francesco ha fatto quest’anno sul tema della famiglia… Ecco vorrei che questo linguaggio, che è semplice, ma tutt’altro che semplicistico, fosse il linguaggio con cui il Sinodo si rivolge al popolo di Dio nel mondo.

Giusto sollecitare “apprezzamento e amicizia” nei confronti dei conviventi come si legge nell’Instrumentum laboris?
“Discernimento” e “accompagnamento” mi pare siano state le parole chiave del Sinodo straordinario dell’anno scorso. Si tratta sempre di non cadere nel banalizzazione dei discorsi. Bisogna stare attenti a non svilire il senso del matrimonio cristiano, quando si fanno discorsi di questo genere. Ma mi pare che la linea del Sinodo, sino ad ora, sia molto chiara: “Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà, entrando in dialogo pastorale”.

Come giudicare la convinzione secondo cui la misericordia “non toglie nulla alla verità”?
Credo che la misericordia sia una delle chiavi più importanti per Sinodo e una delle indicazioni di cammino che papa Francesco sta dando con insistenza. Nella Bolla di indizione del Giubileo della misericordia trovo una risposta alla domanda nella parole stesse del Papa, che scrive: “L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia.(…) La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore compassionevole e misericordioso. La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia” (MV, 10)

Percorsi di preparazione al matrimonio. Si consiglia una sinergia tra pastorale giovanile, familiare, catechesi, con la collaborazione di movimenti e associazione. Sono maturi i tempi per arrivare al superamento dei tradizionali ambiti pastorali?
Credo di sì. Già da qualche anno, in Italia, si parla di conversione pastorale e questo voler mettere in una sinergia più efficace gli ambiti pastorali e le risorse di evangelizzazione che ci sono su un territorio è parte di questo percorso. Tenendo presente che il punto fondamentale è il protagonismo maggiore da dare alle famiglie stesse.

Via penitenziale per i divorziati risposati. A suo parere quale potrebbe essere la strada opportuna?
Ci sono due parole chiave anche qui che possono indirizzare il cammino: gradualità e differenziazione. Gradualità vuol dire considerare il cammino globale della vita delle persone e non fermarsi ad un punto di esso, anche se ha avuto grandi conseguenze su quella vita; differenziazione vuol dire “ben discernere le situazioni”, come diceva San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio, n. 84: ogni caso è diverso da un altro, come è evidente a tutti. Però una cosa mi parrebbe importante sottolinearla: chi si è sposato in Chiesa, secondo le sue leggi e le sue prassi sacramentali e pastorali, solo nella Chiesa e attraverso la Chiesa, con i suoi cammini pastorali e sacramentali, può chiedere di sanare, se posso dire così, la sua situazione. Qualche volta mi sembra che si tende a banalizzare anche questo.

La tradizione ortodossa della cosiddetta “oikonomia” – condiscendenza pastorale nei confronti dei matrimoni falliti – potrà rappresentare un’opportunità su cui riflettere?
La tradizione ortodossa certamente è un’opportunità su cui quantomeno riflettere. Nel corso di una conferenza che ho tenuto in una diocesi sul Sinodo dell’ottobre scorso, un vescovo me lo ha detto apertamente e pubblicamente: perché non avete considerato la soluzione della chiesa ortodossa? Bisogna tenere presente che la concezione teologica ortodossa non è uguale a quella cattolica, tuttavia potrebbe offrire, se ben compresa, tracce di cammino.

Anche sulla comunione spirituale si è aperto, in questi mesi, un dibattito serrato. Opportuno o non opportuno concederla ai divorziati risposati? E se sì, a quali condizioni?
Ho letto con molto interesse le riflessioni teologiche del cardinale Ouellet, pubblicate su Avvenire l’11 luglio scorso e le ho apprezzate come modo serio di trattare le questioni e di spiegarle, perché, di fatto, la gente forse non sa neppure di che cosa si tratta e che cosa significa “Comunione spirituale”, intendendola quasi come una preghierina qualsiasi. Nella stessa maniera non va isolata la questione della comunione sacramentale da un contesto di profonda fede o consapevolezza. (Intervista di Luciano Mola, Avvenire)


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