11 settembre 2001, allora vivevo presso la Comunità Paradiso, stavo studiando in giardino e arrivò la telefonata di una collega del sant’Alessandro: “Stanno attaccando gli Usa!”. Corsi nello studio, accesi il televisore, e vidi ciò che a tutti è noto. Momenti di preoccupazione e di panico, fu terribile vedere tutte quelle persone disperate che si gettavano dalle finestre dei grattacieli. Migliaia di vittime innocenti, alle quali si sommeranno negli anni altre vittime: bambini, donne, uomini, anziani, soldati. Un’escalation senza fine fatta di bombardamenti, battaglie, attentati e ritorsioni.

Una scia di morte che, a mio avviso, non è servita, come allora si faceva credere, per esportare la democrazia – idea ridicola per chi conosca la storia -, ma per ridistribuire poteri territoriali e energetici dietro il cartello della lotta al terrorismo. In realtà, per quello che io capisco, nulla si è fatto in questi anni per investire, non solo in denari, ma in cultura e prassi, nei Paesi nei quali il terrorismo nasceva. Coloro che hanno cercato di comprendere i motivi profondi, anche culturali e religiosi, del fenomeno del terrorismo fondamentalista sono stati messi da parte, considerate persone che perdevano tempo.

Giocando sull’emotività e la paura si è portata avanti, la Cina in prima linea, una colonizzazione dell’Africa e dell’Asia, che ha portato distruzione, decostruzione e morte in vari Paesi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Esempi ce ne sono molti, ricordo soltanto l’Afghanistan, la Libia, lo Yemen, l’Iraq: interi Paesi decostruiti e schiavizzati, senza alcuna idea di progetto economico e politico, che non fosse quello dei Paesi che avevano distrutto e ammazzato. L’ultimo esempio è la Siria, totalmente dimenticata. Falso ideale dell’emergenza terroristica nascondeva evidentemente, drammaticamente, altri interessi, nel perseguire i quali sono sempre più emerse pretese espansionistiche, dovute anche alla debolezza che gli Usa hanno pagato per la loro scellerata politica, non solo gli Usa, ma anche la nostra Europa.

Non emerge mai l’idea che far crescere i Paesi decostruiti e in sofferenza significa crescere anche noi, non solo economicamente, ma soprattutto in umanità e in civiltà. No, rimane sempre l’idea che aiutare significhi avere sudditi, mettere la bandierina del proprio dominio, governare le situazioni più disperate semplicemente lasciando che i contendenti si azzannino e, camminando sul sangue innocente, mantenere la propria illusoria potenza. Ma chi se ne importa dei bambini che muoiono di fame, di sete, di stenti. Ma sì, il fatto che venga buttato giù con le bombe un ospedale pediatrico è solo un prezzo che si deve pagare per servire la propria Patria!

E poi, a chi può interessare sapere che la maggior parte di coloro che vengono chiamati immigrati clandestini vengono da quelle parti del mondo? Ma muoiano a casa loro, nella disperazione. Qualcuno dice “aiutiamoli a casa loro!”, rispondo, no, un attimo, li abbiamo già “aiutati” abbastanza. E non c’è modo – pare – di cambiare questa politica cenciosa, priva di orizzonte, che non sente più l’uomo e il suo grido. Come al solito ci sarà qualcuno che mi dice che io vivo della ricchezza ingiusta delle società che contesto. E’ vero, però, in coscienza, tutti i giorni pensa che non si possa continuare con questa politica del bullismo nel mondo; non posso non dire che anche in Europa è nato un autoritarismo dilagante che non migliorerà, ma rischia di far precipitare nella violenza la politica internazionale: vedi Turchia, solo per fare un esempio.

L’11 settembre era un tragico monito che esprimeva la fine di un equilibrio e anche i limiti che quel presunto equilibrio aveva. Non siamo stati capaci di comprenderlo, anzi, ne abbiamo fatto il motivo per continuare imperterriti come prima, mascherandolo di motivi alti come la democrazia e la libertà, nei quali noi stessi stentiamo ormai a credere. Speriamo che la storia stessa ci costringa a cambiare rotta.

Print Friendly, PDF & Email

Tagged in: