A Ca’ Maitino dove in vacanza il vescovo Roncalli risiedeva, un volontario ci fa da guida. E’ un falegname da poco in pensione, preziosa abilità la sua dove si richiedono restauri o adattamenti di mobili vecchi. “Sono abituato a inventarmi qualcosa da fare. Qui mi rilasso. Mi toccano due domeniche al mese ma col pensiero sono qua anche nelle altre

Intanto si stringe il gomito che gli duole. Spiega e s’infervora attorno ai cimeli del Papa: un elmetto della Prima Guerra Mondiale, la radio che teneva in Grecia, le foto dalla Turchia, l’orologio a pendolo regalato dai coniugi ebrei per essere stati salvati, il presepio in vetro di Murano, il mappamondo donato dai vescovi tedeschi, il letto di morte, il calco facciale di Manzù. “Le cose qui raccolte? Merito del segretario Capovilla che in questa casa si era ritirato. Morto lui le suore se ne sono andate e la casa è rimasta chiusa. Ora si riapre il sabato e la domenica con noi volontari.” C’è perfino la macchina del Papa, riverniciata di nero.

Ci siamo passati per raggiungere la Torre di San Giovanni. Avevamo letto di una festa in occasione del Primo Maggio. In paese c’è un notevole viavai di pellegrini, mentre sul monte scorrono come un velo nuvole di vapore che preannunciano lo scroscio. Poco dopo dalla pianura si allarga il bello.

Nel fare la scaletta il pensiero va al ragazzo Roncalli, l’anno che fu alunno del Collegio di Celana. Era il 1891, Angelo aveva 10 anni. L’accompagnò la prima volta papà Gian Battista che, a differenza della mamma, non era convinto che lui dovesse studiare. L’avrebbe voluto nel campo. Lo lasciò prima del culmine del Canto. Bastava seguire la strada e sarebbe arrivato a Pontida, dal parente di Cà de Rizzi che l’avrebbe ospitato. Si trovò solo, in pieno inverno, tra scheletri di querce e castagni, al fruscìo del fogliame che i suoi zoccoli calpestavano. Tanti pensieri passarono per la mente fervida, facile a fantasticare di lupi e diavoli per le tante storie ascoltate nella famiglia patriarcale dei Roncalli. Si rinfrancò alla vista del Santuario della Madonna del Bosco oltre l’Adda e riconoscendo il raglio di un asino lontano. Da Cà de Rizzi proseguì per un’altra ora prima di presentarsi dal vicerettore e prendere contatto con la scuola.

Al Collegio non ebbe vita facile. In mezzo a compagni più vecchi e scaltri. Non fu più il bravo della classe, lodato dal maestro e invidiato dai compagni. Facce sconosciute, compagni diversi per età e provenienza. Trovò, come spesso succede, qualche compagno comprensivo ma i più lo ferivano con scherzi, risate o sottintesi. Bastava un intercalare, un’intonazione differente, una domanda di troppo. Fece fatica con tante materie, la matematica, la storia, la grammatica, il latino. Fioccarono i brutti voti. I professori erano severi, implacabili, seduti su quegli alti scranni. Per accattivarsi qualche compagno doveva piegarsi a un servizio, trasgredire qualche regola, con il rischio di essere punito. A mangiare si arrangiava a polenta o pezzo di formaggio, quel poco che la zia gli aveva preparato, stando fuori sotto il porticato. Finite le lezioni aveva un’altra ora di cammino e subito rimettersi a fare i compiti. Perse la voglia. Se ne accorsero a casa. Cominciava a parlare dei fratelli e della vita del campo. Si trovò un rimedio con l’aiuto del parroco del paese: Angelo sarebbe stato ospitato dal prete di San Gregorio di Cisano che l’avrebbe seguito nei compiti. Si accorciò il tragitto giornaliero da percorrere e il ragazzo si sentì protetto. Imparò ad affrontare torti e sfide, superò gli esami e con il nuovo anno entrò nel Seminario di Bergamo.

Quale era la strada che faceva il Papa? “C’è un cartello sulla via per Carvico. Non si può sbagliare”. Me lo dice un anziano che vedo passare a testa bassa. “Abito a Sotto il Monte da un anno. Mi sono ritirato nella Casa del Pime, dopo una vita da missionario. Sono partito all’inizio degli anni ‘70 e sono sempre stato nella stessa missione del Brasile alla foce del Rio delle Amazzoni. Ci sarei rimasto se non fosse stato per il clima, troppo umido per il mio cuore.” E’ originario di Oltre il Colle. Gli ricordo la tela che ho appena visto del pittore Enrico Scuri La transizione di San Giuseppe. “Bellissima – mi dice – specialmente alla mia età, io sempre più vicino al grande passo”.


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