La biologia ha un concetto dinamico dell’identità: siamo in simbiosi con l’ambiente di cui facciamo parte, che ci cambia, da cui ci dobbiamo difendere, con cui interagiamo. Siamo un sistema nel sistema. Anzitutto la cellula. Quando Hook la scoprì (1665) la assimilò alla cella del favo di api. Noi ne abbiamo 30mila miliardi, e altrettanti microorganismi, virus e batteri, buoni e cattivi. Se mettessimo in fila le cellule del nostro corpo copriremmo la distanza di 13 chilometri. Ce ne sono 200 diverse tipologie. La pelle che ricopre il nostro corpo è composta ha 3 milioni di cellule.

Le cellule muoiono e si rigenerano continuamente. Mediamente il tempo di vita di una cellula è 30 minuti. Non è detto che una volta morte scompaiono: noi abbiamo addosso due chili di cellule morte. Il nostro organismo produce 25 milioni di cellule al secondo. In tre mesi ricostruiamo lo scheletro, in 10 anni cambiamo tutte le cellule del corpo. Cambiamo pelle mille volte nella vita. In questo lavorio continuo si può capire i rischi che corriamo. La cellula può impazzire e si crea un tumore che con il tempo prolifica e blocca gli organi vitali ed è la morte. La rigenerazione serve per vivere. Ci sono cellule staminali che sono cellule bambine, non evolute né specializzate. Sono cellule totivalenti, pronte a trasformarsi nelle varie cellule per i vari organi del corpo, secondo le impellenti necessità. Sono nell’embrione e distribuite in varie parti del corpo. Tutto si trasforma, niente resta identico.

Nel sistema organismo c’è il genere. Ha meno rilevanza di quel che generalmente pensiamo. Gli esseri viventi si sono riprodotti per più di tre miliardi di anni facendone a meno. Gli organismi sessuati compaiono negli ultimi 500 milioni di anni. In natura si trovano organismi monosessuali, ermafroditi, multisessuati. L’alga volvox si riproduce sessualmente o no, secondo l’acqua in cui è immersa. Il moscerino della frutta (drosophila) ha zone del corpo maschili e zone femminili. La femmina squalo si riproduce senza l’intervento del gamete maschile. Il pesce labro con la testa blu (foto sotto) può cambiare l’ovaio in testicolo secondo chi incontra. Il genere è relativo. Come destinatario della riproduzione il genere femminile prevale e spesse volte il genere maschile finisce per essere inibito. Confini labili per un sistema in relazione e che si protegge dall’ambiente.

Con la scoperta del Dna è venuta in auge l’epigenetica, il modo di riproduzione e trasmissione dei geni. Un conto è il libro scritto, un conto la sua interpretazione. Ogni cellula contiene lo stesso Dna, 3 miliardi di lettere dell’alfabeto genetico, che caratterizza il vivente. Contiene istruzioni per il lavoro della cellula. Ma un foglio di carta quadrata può dar forma a origami svariati. Il rischio di cattiva trasmissione o cattiva interpretazione è dietro l’angolo, sensibile ai cambiamenti ambientali. Si è osservato che la madre topo se non lecca i piccoli come normalmente fa questi sono più vulnerabili. E i comportamenti si possono trasmettere. Certi atteggiamenti li ereditiamo dai genitori. Noi siamo responsabili di certi comportamenti dei nostri figli.

Cosa dire allora dell’identità? Una parola che per la biologia non dice molto. Diventa spesso una sovrastruttura ideologica. Le classificazioni finiscono per ingabbiare la natura. Invece la mancanza di identità, di fissità, rende possibile la vita. La natura insegna tolleranza, non va chiusa in rigide catalogazioni. Noi siamo esseri mutevoli. La scienza aiuta a capire, non spaventa. La biologia ci dà una lezione anche per essere migliori cittadini del mondo.


A cura di Mauro Malighetti (sintesi di una lezione di Gianvito Martino, San Raffaele Milano dal titolo “Il concetto di identità in biologia: siamo veramente liberi di essere quello che siamo?” del 17 novembre 2020 nell’ambito della programmazione di Noesis.

 

 

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