Arrivai ad Azzano San Paolo nel ’70. Il paese era ancora raccolto attorno alla vecchia chiesa barocca con il campanile accanto, allora privo di campane. Qualche settimana e sarebbe stata chiusa – la gente non ci stava, si diceva – e tutto spostato nella nuova maestosa chiesa dell’architetto Piantanida, per niente brutta nonostante l’acustica, in piena era del cemento, miracoloso e poco costoso. Una scena mi restò impressa alla festa della Madonna: le biciclette appoggiate dovunque, inusuale per me che venivo da un paese in salita. Arrivavano anziani più agili in sella che a camminare per strada. Una bicicletta sull’altra – si usciva insieme! – e senza catene. Stava sorgendo la nuova Azzano con una viabilità più ampia e rettilinea, rispetto alle vie strette e storte del vecchio centro, ancora popolato.

Un paese di contadini che dopo la guerra avevano trovato lavoro e benessere nella Dalmine, Gres, Sace, Magrini, Fervet, Arti Grafiche, Reggiani. Si erano poi aperte opportunità per i giovani nelle fabbriche appena spostate da Bergamo e che si chiamavano Icb, Iba, Hoval, Tirloni, Moioli, Ticino, Pergreffi, o se più titolati nelle banche e negli uffici tecnici di Bergamo. E le donne? Ricordo l’impressione che mi fece il mattino quando vidi una processione interminabile di ragazze che si avviavano, a piedi, in bici o in motorino alla Camiceria Aramis, al confine tra Azzano e Stezzano. Avrebbe però chiuso presto. Lo spettacolo si ripeteva quattro volte al giorno, la mattina e la sera e per la pausa pranzo che iniziava alle 12 e si concludeva alle 13,30, momenti annunciati dalla sirena.

L’esodo durava una decina di minuti ed era, soprattutto la sera, un vociare, un richiamarsi, scrosci di risate, trilli di campanelli, a volte cori delle canzoni gettonate. Era l’anno di Azzurro di Celentano e di Pazza idea di Patty Pravo. Lavoro femminile c’era anche da Perolari, Cassera, Allevi, Lovable. Così le famiglie, impinguate dalle nuove paghe, potevano pensare alla casa, sobria s’intende e piccola, ma fatta con i propri risparmi. Non più cortili con gabinetto al centro sotto gli occhi di tutti, non liti per la macchina o l’occupazione di spazi.

Erano rimasti una ventina i contadini ma scuotevano la testa per un lavoro che richiedeva fatica e poco guadagno. I figli (e le mogli) non ne volevano più sapere. Tornavano a casa la sera con il carro traboccante di fieno, dopo la giornata faticosa passata nei campi a tagliare o rastrellare. I giovani si sentivano a disagio nei confronti dei coetanei che esibivano moto o macchine guadagnate con i primi stipendi, e più della loro libertà, costretti com’erano, con le mucche in stalla, a non distinguere domenica da lunedì. Felici erano piuttosto i bambini nei cortili, dove arrivavano gli amici costretti in spazi ben più ristretti e la fantasia si sbizzarriva tra cataste di legna, carro, trattore, ballatoio e stalla.

Le donne, giovani o anziane, portavano le taniche della mungitura sulla strada dove si fermava ogni mattina il camion della latteria centrale, con il libretto per segnare la quota consegnata. Era dura di giorno nei campi quando bisognava raccogliere l’erba tagliata all’improvviso avvicinarsi del temporale; e di notte, quando bisognava dirottare l’acqua della seriola nel proprio campo e magari questionare con il vicino per i tempi non rispettati. D’estate, era un bel vedere la sera a spannocchiare il granoturco. Tutti intorno alla pila di pannocchie, si parlava più volentieri se qualcuno si aggiungeva ad aiutare. Un lavoro che imbruttiva le mani, diceva la ragazza, e poi il giovane si spazientiva perché lo aspettava l’amico e il mucchio non finiva mai.

Il vecchio paese era raccolto nel raggio di cento metri: c’era l’edicola, la cartoleria, la merceria, il fioraio, il macellaio, il fotografo, il benzinaio, il ciclista, il falegname, il materassaio, la farmacia, la parrucchiera, gli alimentari, il bazar dei casalinghi, la boutique, il sarto, il barbiere, per non parlare dei bar ognuno con la clientela diversa, quello dei giovani, più fuori che dentro, quello per la mezza età dove si metteva al totocalcio e imperava il poker o la scala quaranta, e quello degli anziani con le interminabili partite a scopa davanti al bicchiere di vino o di spuma. La mattina era un via vai di donne per la spesa, frotte di ragazzi la domenica pomeriggio, tra cinema e oratorio. Oggi invece è silenzio, ovunque macchine immobili.

Ai margini del paese, oltre la provinciale, là dove il Morla forma una cascata, c’è la chiesetta di S. Anna, la nonna di Gesù. E’ un’oasi quasi inghiottita dal verde; pulita, restaurata, chiusa e protetta, ma senza più i lumini votivi accesi. Girando ho cercato, più di tutto ho immaginato. Come quando si guarda una foto ingiallita.

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