Si è arresa anche Novaja Gazeta. Il giornale di Anna Politkovskaja e di altri cinque reporter uccisi per aver scritto la verità. Il giornale di due Nobel per la pace, Mikhail Gorbaciov che lo aveva cofondato nel ’93 e Dmitrij Muratov che lo dirige dal ’95.

Davanti al secondo richiamo dei censori di Roskomnadzor, un orwelliano ministero della Verità che spaccia per vero il falso e bolla il vero come “fejk”, la testata ha deciso di sospendere le pubblicazioni in Rete e su carta “fino alla fine dell’operazione speciale sul territorio dell’Ucraina“, come Mosca impone di chiamarla. “Non c’è altro modo” ha scritto ai lettori il direttore Muratov, premiato da Oslo appena sei mesi fa: “Per noi, e lo so per voi, questa è una decisione terribile e dolorosa. Ma dobbiamo proteggerci a vicenda“.

Il terzo avviso sarebbe costato la revoca definitiva della licenza, dopo quasi trent’anni. L’ultimo numero è stato pubblicato in russo e in ucraino, con due pagine bianche, a simboleggiare la censura. Il servizio postale statale aveva già smesso di recapitare le copie della Novaja Gazeta in edicola. Proprio in questi giorni Adelphi ha ridato alle stampe un libro profetico di Politkovskaja anche su quello che sta accadendo in Ucraina, “La Russia di Putin”. La reporter fu uccisa nel 2006 per aver svelato le brutalità dell’esercito di Mosca in Cecenia: “Con il presidente Putin – scriveva la giornalista nel libro – non riusciremo a dare forma alla nostra democrazia, torneremo solo al passato. Non sono ottimista in questo senso e quindi il mio libro è pessimista. Non ho più speranza nella mia anima. Solo un cambio di leadership potrebbe consentirmi di sperare”.

La giornalista accusò anche l’Occidente delle cecità verso l’autocrate ancora al potere. Quando si denuncia la censura nei Paesi europei, sia abbia almeno la decenza di avere il senso delle proporzioni.


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Autore

Andrea Valesini

Giornalista professionista. Caporedattore de L'Eco di Bergamo.

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