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Mandare atleti alle Olimpiadi solo se possono vincere medaglie… E’ davvero bello così?

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Domenica 25 febbraio si è conclusa l’Olimpiade di PyeongChang, in Corea. È stata l’Olimpiade invernale più partecipata della storia, con 92 Nazioni presenti – anche calcolando che dal punto di vista burocratico una, la Russia, era «fantasma» perché i suoi atleti partecipavano con le insegne olimpiche e non statali e un’altra, la Corea ospitante, in certi momenti rappresentava 2 Stati che confinano tra loro ma tendono a guardarsi in cagnesco. Dopo 2 settimane di gare le Nazioni che hanno vinto medaglie sono state 30, con la Norvegia a vincerne più di tutte, 39 di cui 14 d’oro. Nessuno ci era riuscito in precedenza – gli Usa si erano avvicinati a quel numero nel 2010, vincendo 37 medaglie complessive all’Olimpiade di Vancouver.


Proprio questo aspetto è stato messo in evidenza da numerosi addetti ai lavori e commentatori, a cominciare da Giovanni Malagò, presidente del Coni, il nostro Comitato olimpico nazionale, che in varie occasioni ha dichiarato che l’Italia avrebbe dovuto raggiungere almeno la doppia cifra di medaglie – cosa che effettivamente è successa: gli azzurri hanno vinto 10 medaglie di cui 3 d’oro. Su la Gazzetta dello Sport del 26 febbraio, Stefano Arcobelli ha elogiato il fenomeno norvegese, che è arrivato al record dopo un lungo lavoro di crescita cominciato almeno 12 anni fa, nel 2006 all’Olimpiade di Torino, quando la Norvegia vinse 19 medaglie complessive. Nel 2010, a Vancouver, le sue medaglie furono 23 e nel 2014, a Sochi, 26. Il tutto con un sistema sportivo economicissimo perché lo Stato norvegese investe 11 milioni di euro l’anno nello sport (per fare un paragone lo Stato italiano promette al Coni, spesso senza mantenere, più di 400 milioni di euro annui). Su l’Eco di Bergamo dello stesso 26 febbraio, Giovanni Cortinovis ha approfondito l’indagine per scoprire che la Norvegia ha vinto quelle 39 medaglie portando in Corea una squadra di 109 atleti, con un tasso di successi di 2,8 (meno di 3 atleti per ottenere un successo). L’Olanda ha fatto ancora meglio: ha vinto 20 medaglie portando una squadra di soli 33 atleti, con tasso di successi pari a 1,7.


In sintesi gli olandesi hanno scelto di portare atleti soltanto negli sport dove pensavano di poter vincere, cioè 4 sui 15 complessivi. Dal punto di vista del risparmio economico e dell’ottimizzazione delle risorse, è stato un grande calcolo – meglio di quello italiano visto che gli azzurri presenti erano 120 e hanno vinto 10 medaglie (tasso di successi pari a 12, oltre 7 volte quello olandese). Ma in tutto questo risparmio, che ne è della cultura sportiva dei Paesi coinvolti? Malagò stesso ha notato che il Coni, tra i cui compiti istituzionali c’è quello di promuovere la pratica sportiva tra la popolazione, non è stato in grado di allestire squadre in certi sport, per esempio il free style, e per partecipare allo skeleton ha dovuto rivolgersi a un atleta burocraticamente italiano ma nato e formato agonisticamente in Canada. Vincere medaglie è importante e dà lustro alla Nazione. D’altra parte il sistema delle Olimpiadi, fatto rinascere nel 1896 dal barone De Coubertin, aveva come motto «l’importante è partecipare». Se una Nazione non è in grado di partecipare, non può nemmeno vincere.


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