L’8 marzo Bergamo si prepara a manifestare per i diritti delle donne. Alle 18 un corteo di donne (e uomini, si auspica) marcerà dal Piazzale della Malpensata fino a via XX Settembre lungo un tragitto che comprenderà via Quarenghi, via Zambonate, Porta Nuova e Piazza Matteotti. La domanda sorge spontanea: cosa vuol dire nel 2018 marciare in difesa dei diritti del mondo femminile? Sicuramente tutelare le donne da ogni forma di violenza fisica e maltrattamento, ma anche da quella forma di violenza più subdola che è la violenza psicologica. Vorrei soffermarmi, oggi, su quel fenomeno che possiamo definire “rischio di genere” sul lavoro. Una donna che subisce una pressione da parte di chi ha una posizione di potere, al fine di ottenere prestazioni sessuali, diventa una vittima e le conseguenze possono essere molto pesanti. La paura di ciò che potrebbe accadere in caso di un suo rifiuto, l’umiliazione e la vergogna in quanto viene lesa la sua immagine di donna e la rabbia che scaturisce dall’impotenza di fronte al ricatto subito. Tali vissuti emotivi, a loro volta, possono ripercuotersi (inibizione, evitamenti ecc…) all’interno della vita sociale, familiare e di coppia. Talvolta, inoltre, l’esperienza di mobbing può essere vissuta come esperienza traumatica portando a disturbi depressivi, a forti attacchi di ansia, problemi del sonno e disturbi somatici di vario tipo.


Vorrei riportare, però, un altro fattore di stress legato all’appartenenza di genere, molto diffuso, ma più subdolo, perché meno evidente: la conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli della quotidianità. La conciliazione tra gli impegni e le responsabilità della vita domestica e familiare con quelli lavorativi può diventare, infatti, fonte di stress, ma anche di significativo disagio psicologico nel momento in cui si innescano, per esempio, meccanismi di senso di colpa per aver “scelto” di togliere del tempo alla famiglia per la propria realizzazione professionale. Per non parlare delle situazioni in cui viene negata alla donna la possibilità di affrontare una gravidanza. Nella pratica clinica capita di seguire casi in cui, attraverso ricatti e minacce, spesso neanche troppo velati, è stato fatto un forte ostruzionismo a donne in stato interessante con conseguenze alle volte devastanti. E così ci accorgiamo di come il rischio di sviluppare una forma di disagio psicologico sia connesso non solo agli effetti diretti del lavoro, ma anche al conflitto tra scelte lavorative e familiari, come se le due identità “donna madre/moglie” e “donna professionalmente realizzata” siano inconciliabili. Si auspica, quindi, che sul nostro territorio possano essere istituiti sempre più sportelli e strutture apposite che possano diventare un punto di riferimento per tutte le donne, ma in particolare per quelle che subiscono violenza psicologica sul posto di lavoro.


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Autore

Silvia Calenda

Psicologa (laurea in Neuroscienze e riabilitazione neuropsicologica a Padova) , psicoterapeuta cognitivo-costruttivista in formazione

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