«Cos’è quel dito da neonato/ fra le sue labbra/ che schiudono la Francia?». Versi di ringraziamento per una querela ritirata e due anni di carcere scongiurati. L’autore è un professore veronese, Nico Buono, innamorato perso di Brigitte Bardot. Per lei dimentica sicure avventure padane, perde quasi 28 kg di flaccida pinguedine e quando ritiene il proprio fisico adeguato al rendez-vous si infila inaspettatamente, ma solo per guardare, nella camera della stella del cinema francese, allora trentenne, viso da lolita, labbra audaci, capelli raccolti in gonfi chignon un po’ spettinati, pantaloncini cortissimi, abiti freschi da collegiale realizzati con il cotone Vichy e un seno in palese contraddizione con le leggi di gravità.

Ancora oggi non si sa se il professore sia stato più dispiaciuto dell’immediato arresto oppure del fatto che l’oggetto della sua passione in quel momento dividesse la camera con l’attore francese Sami Frey. L’episodio è emblematico del grado di popolarità raggiunto negli anni Cinquanta da B.B., descritta da Simone de Beauvoir come una Melisenda «acconciata però con una negligenza da selvaggio» di fronte a cui anche «un santo si dannerebbe soltanto a vederla danzare».

Nata nel 1934 da una famiglia benestante nel quartiere parigino di Passy, studentessa in un istituto di suore, modella a 14 anni per una rivista di moda, la Bardot agguanta la celebrità con la pellicola Piace a troppi (1956) grazie alla mediazione del primo marito Roger Vadim, con il quale intratteneva una relazione fin da quando lei era ancora minorenne. Un film arpionato dalla censura che tagliò la scena nella quale Christian Marquand (che nella pellicola interpretava il cognato) sveste una sensuale B.B. distesa sulla spiaggia. Stessa sorte toccò al film La ragazza del peccato del 1958.

B.B. gira poi una quarantina di film, non tutti accolti dal consenso di critica e pubblico. Un regista italiano, Mario Monicelli, bocciò Brigitte Bardot quando ancora non era un’étoile d’Oltralpe. Preferì Lea Massari, al termine di un provino per il film Proibito del 1954. «Venne una» raccontò il regista in una trasmissione televisiva «che non avevo scelto io, che non avevo visto e scelto in fotografia, ma era stata mandata dal produttore, il quale mi disse: “Fai il provino anche a questa ragazzina, devo fare una cortesia ad altri”. E io ho fatto il provino a questa che sembrava un pechi- nese. Era piccolina rispetto alle stangone dell’epoca. Ci ho parlato un po’ ma alla fine non andava bene per me. Finito. Prima di andare via lei mi ha chiesto: “Ma lei che cosa ne pensa, che cosa devo fare, devo continuare?”. “Se vuole che sia sincero” le ho risposto “lasci andare il pensiero di fare l’attrice di cinema”. Si chiamava Brigitte Bardot. Ma io non lo sapevo, nessuno lo sapeva, neanche lei».

Dieci anni più tardi l’incontro con Jean-Luc Godard, il più intellettuale degli esponenti della Nouvelle Vague, la porta all’apice del successo affidandole il ruolo di protagonista ne Il disprezzo (1963), girato a Roma e tratto (molto liberamente) dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. «Adesso anch’io faccio parte della Nouvelle Vague» disse la Bardot dopo l’uscita del film. «Godard aveva paura di me e io di lui. Mi veniva a trovare e ci chiamavamo “signor Godard” e “signorina Bardot”. Mi guardava servire il tè e diceva che doveva imparare a conoscermi per quella che ero veramente. Poi non parlava più».

Il più grande amore della sua vita fu l’attore Jacques Charrier, da cui ebbe un figlio, Nicolas. Non amato e affidato al padre dopo una vita coniugale intessuta di litigi, gelosie e tentativi di suicidio di lei. Tre in tutto. «Penso di non essere fatta per essere madre. Non so perché, io amo gli animali e i bambini, ma non sono ab- bastanza adulta per allevare un figlio. Sono io ad avere bisogno che qualcuno si prenda cura di me».

A quarant’anni abbandona il cinema. «La mia vita è diventata impossibile, la mia anima non mi appartiene più. Lo star system è un universo mostruoso, che mi impedisce di vivere come vorrei. Io esisto solo nell’ombra. Se in casa mia desidero un po’ d’aria, non posso aprire la finestra: c’è sempre un fotografo sul tetto o di fronte. Non posso andare a comprarmi un vestito o a mangiare un gelato. Ogni uomo che saluto il giorno dopo sui giornali viene indicato come il mio nuovo amante. I miei amori sono stati bru- ciati da una inumana bardolatria».

Che cosa resta oggi di quel mito, di quella bellezza femminile così orgogliosa e sfrontata, di quel dosaggio perfetto di «estrema innocenza ed estremo erotismo»? Resta un’acida autobiografia intitolata Un grido nel silenzio (2003), alcuni ritratti di Andy Warhol, il busto di Marianna, l’emblema nazionale francese, scolpito nel 1970 da Alain Gourdon, e la canzone Je t’aime, moi non plus cantata con Serge Gainsbourg che per lei l’aveva scritta nell’autunno del 1967.

E poi le sue polemiche aspre contro i musulmani «che pisciano dietro gli altari delle nostre chiese», una condanna del tribunale francese, nel giugno 2004, per incitamento all’odio razziale, l’ostracismo verso gli omosessuali definiti «fenomeni da baraccone», la democrazia di massa e gli extracomunitari clandestini «che si infiltrano nella società civile» e soprattutto resta la Fondazione per il benessere e la protezione degli animali, nata nel 1986 e finanziata con tre milioni di franchi raccolti vendendo all’asta i suoi gioielli e altri oggetti personali.

Note le sue campagne contro le pellicce («Andreste con un vero e proprio cimitero sulle spalle?») e i suoi deliranti eccessi, come quella volta che, difendendo la presenza di un gallo che in campagna, alle cinque del mattino, disturbava la quiete pubblica, disse: «È come se proibissero a Pavarotti di cantare all’Opera».

In occasione del suo settantesimo compleanno le hanno chiesto che cosa si aspettasse ancora dalla vita. «Non la felicità, ma momenti felici. La vita è fatta così. Spero di provare ancora gioia per le piccole cose quotidiane, per una battaglia vinta, una bella lettera ricevuta».


Incarna l’idea che ogni uomo ha della ragazza che vorrebbe incontrare a Parigi.
(Ivon Addams)

 



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Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

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