Quattro anni fa abbiamo avuto la ventura di chiedere di entrare nell’ex OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario, manicomio per matti criminali o presunti tali) di Napoli, rione Materdei. Gli OPG sono stati chiusi nel 2015. A Napoli l’hanno subito occupato un collettivo di giovani per dare quell’aiuto ai bisognosi che le istituzioni non riescono a dare. Nome d’arte, “Je so’ pazzo”. Abbiamo percorso corridoi ciechi e celle sorde, imbuti di crudele separazione ed umiliazione, di abbrutimento reciproco e umiliazione dell’altro, vere catene di montaggio del dolore, un percorso con la testa immersa nell’asfittica percezione di cinghie e sedativi, di paura e di vessazione.

Poi, finalmente, un rettangolo d’aria ritagliato tra quattro muri, anche per noi una boccata d’ossigeno come lo era ai tempi per quei malati considerati criminali, allora come oggi piccolo e umile tempio del rito del calcio riciclato in dono a chi non può permettersi di più. Sui muri il Che, simbolo di chi combatte il più forte senza avere eserciti organizzati, e Diego Armando Maradona, il più grande profeta calcistico che il popolo napoletano (ma non solo) abbia mai visto ed amato, l’unico capace di coniugare in una partita mondiale la vergogna e l’estasi, la rapina del gol con la mano di dio, e il gol in dribbling veloce da porta a porta: due scorribande contro i sudditi della regina a vendicare la sconfitta delle Malvinas di quattro anni prima e il colonialismo di quattro secoli, una spedizione da costa a costa che avrebbe fatto felice anche il guerrigliero della Revolucion, vicino anche su quel muro, già tatuato sul suo braccio destro.

Ai piedi del Pibe un pallone, come il profeta sgualcito nell’attualità di allora, ma fulgido e potente nella memoria e nell’evocazione del ruolo, simbolo di una breccia di speranza e di resurrezione anche per gli ultimi. Il cielo era silenzioso sopra i muri scrostati, improvvisamente tagliato a fette, squarciato da un gabbiano, che con le sue ali sopra l’inferno reclamava la libertà, e col suo gracidare sinistro e rimbombante evocava il dolore e la solitudine di chi, “sporco, solitario, tremante e a piedi nudi”, ha biascicato aiuto alla mamma lontana, nel disperato tentativo di cercare amicizia ed umanità in un insetto. E per compagnia ha voluto il Che e Diego Armando.

Oggi ripercorro con la memoria quel campetto da calcio, passo sul cerchio di centrocampo, mi avvicino alla porta che non ha rete, ma solo brandelli sparsi: oggi come allora non entro, non faccio goal, non posso gonfiare la rete, non solo perché non c’è, ma perché c’è ancora troppa sofferenza per esultare, troppa ingiustizia per sentirsi vittorioso, troppa ignoranza per marcare punti, ci sono ancora troppi “anni in cui la poesia tace”, troppi “muri che tutti hanno creduto sterili e senza canto” (A. Merini).
Oggi c’è un altro, grande motivo per essere tristi. Ciao Diez, per te la fine non c’è, oggi è un altro calcio d’inizio. Obrigado.

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