Io non sono mai stato del tutto maradoniano, e se non vi importa va bene lo stesso, io mica sono un dio nella mia attività come Diego Armando Maradona lo era nella sua. Separare i vari aspetti della vita di una persona, di un artista, di un campione dello sport – è qualcosa che nella visione olistica non si fa.

Però…

Però quella volta a Dalmine sono stato anche io un suo tifoso.

Era il 2010, l’anno dei Mondiali di calcio in Sudafrica. Con alcuni amici (Andrea Zappa, Jenny Pellegrini) allestimmo un megaschermo nel palazzetto dello sport di Dalmine per trasmettere in diretta tutte le partite.

Tra le squadre partecipanti c’erano la nazionale italiana, campionessa del mondo in carica, e l’Argentina, la quale aveva Maradona come ct. Il pibe aveva già 50 anni, da un po’ aveva smesso di giocare, ma la sua figura era ancora enorme nel mondo del calcio.

Tra il pubblico al palazzetto cominciarono e venire alcuni argentini. Erano ingegneri, tecnici, operai – lavoravano alla Dalmine da poco acquistata dai fratelli Rocca, italiani di origine ma argentini per formazione imprenditoriale. Quando partiva l’inno, prima dell’inizio della partita della loro nazionale, si alzavano in piedi e cantavano.

Venivano anche nei giorni in cui non giocava la loro squadra. Perché a loro piaceva il calcio, piaceva quella forma d’arte lì. Un giorno ci diedero un video da trasmettere sul megaschermo. Erano pochi minuti di un film con Maradona.

Maradona che palleggia con le arance.

Maradona nel corso di un’intervista televisiva, il giornalista che gli fa domande e lui che dà risposte. Nel frattempo, palleggia. E il pallone non gli cade mai. Gli va sulla testa, sui piedi, sulle spalle. Sta fermo o sta in aria. Ma sempre sotto controllo. Lo sguardo del pibe, la sua concentrazione, sono quelle normali di uno che viene intervistato e tenta di evitare di dire sciocchezze. Intanto il suo corpo di dio del calcio fa cose con il pallone.

Maradona che parte dalla sua difesa palla al piede, mentre numerosi giocatori avversari gli si fanno incontro. Tentano di dargli calci, di sgambettarlo, gli sono addosso in mucchio. Ma niente, Maradona esce dalle mischie con la palla al piede e va nell’area avversaria per fare goal.

Trasmettevamo quel filmato ed era come un rito collettivo.

Il calcio, le persone del calcio, sono tante cose. Nel bene, e però spesso nel male.

Ma il calcio era anche Maradona. Quella forma di bellezza lì.

L’Italia non vinse quei Mondiali, uscì subito nella fase a gironi.

L’Argentina arrivò più avanti, ai quarti di finale, dove perse di brutto dalla Germania. Nel corso della partita gli argentini del palazzetto discutevano da tifosi e competenti. Non erano sicuri di certe scelte di Maradona ct, tipo lasciare a casa Zanetti e Milito per portare invece Higuain. Ma erano polemiche rispettose, se il ct aveva fatto certe scelte era grazie alla sua conoscenza superiore dell’arte del calcio.

E se il ct avesse potuto giocare, il risultato sarebbe stato ben diverso.


Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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