Il governo c’è, siamo quasi a quota 70 governi in 70 anni. Era un esito atteso, come no. Conte e Casalino lo temevano, ma fino a poche settimane fa pensavano di averlo esorcizzato. Invece Mario Draghi è arrivato, puntuale, e ha messo da parte i partiti. Questo non è un governo di salvezza nazionale. I vaccini ci sono e arriveranno, la covidexit è tracciata. L’economia è in crisi, ma i saldi macroeconomici delle partite correnti, della bilancia commerciale, dell’avanzo primario, dei risparmi sono tutti molto positivi. Da questo punto di vista non è possibile paragonare il governo Draghi al governo Monti.

Certo era diffusa ormai una sensazione di stanchezza rispetto a una gestione cialtronesca e polemica della pandemia: i semafori colorati, gli annunci sguaiati, le varie fasi con confusione e impreparazione come unici comuni denominatori. Ma alla fine il governo nuovo ha pure riciclato qualche campione di quello vecchio. Noi vediamo i draghi, ma per capire meglio bisogna guardare nelle segrete cosa stia succedendo, che cosa si stia davvero cucinando. L’esecutivo di super Mario pare un po’ raffazzonato in effetti, mica i migliori, sembra solo una soluzione ponte per scavalcare il fossato che porterà il professor Draghi fino al Quirinale. Il vero interlocutore internazionale dell’Italia della seconda Repubblica.

I partiti si sono graziosamente messi all’angolo, non volendo trovare una soluzione politica alla propria inconcludenza. Ma non tutti con uguale fortuna. I 5 Stelle sono dilaniati dalle faide interne, avendo dovuto rinunciare al salvacondotto e alla speranza per le prossime (prima o poi) elezioni politiche: Giuseppe Conte. La loro assicurazione sulla vita, il leader che avrebbe potuto guidarli al voto senza farli sparire dai radar. Oggi è fuori, anche dal parlamento, e non è facile immaginare se e come rientrerà nei giochi politici. Così ora ai 5 Stelle manca un piano per andare al voto e quindi si agitano.

Matteo Renzi ha fatto il Pierino, con informazioni privilegiate in tasca, pare in cambio di un ruolo internazionale di primo livello. Unica alternativa per un leader senza truppe e consenso. Il governo Draghi è merito suo, non ne avrà alcun vantaggio politico e quindi è lecito pensare ne abbia un ritorno personale. Dal futuro di Matteo Renzi scopriremo chi ne è stato il mandante.

Zingaretti e il PD non fanno politica, quindi non vale la pena parlarne. Tirano solo a campare, sperando sempre di cavarsela. Berlusconi pronto e sornione cerca di restare sul campo da gioco senza però riuscire più a occuparlo, per salvare le aziende e gli eredi. La Meloni spera di diventare la regina dei sondaggi e raccogliere i risultati al voto politico, spinta da una classe dirigente che dopo decenni di paziente attesa ai margini dell’arco costituzionale spera sia arrivato il proprio turno di apparecchiarsi in Parlamento. La Lega invece, a differenza dei grillini, resta compatta. Salvini ha scongiurato il primo tranello del governo Draghi, opporsi alla fiducia per non perdere consensi verso destra rischiando però di perdere i pezzi in Parlamento. Ha abbracciato il suo carnefice rinnegando anni di slogan e parole d’ordine, iniziando una partita a scacchi non facile per la sua sopravvivenza.

Il mandante di Renzi ha due obiettivi, mettere Draghi al Quirinale e togliere peso politico ai partiti meno di sistema, europeisti usando la metafora fuorviante oggi in voga. Con il colpo assestato a Conte e ai 5 Stelle più di metà del lavoro è stato fatto, resiste ancora solo quel furbone di Salvini. Non sarà facile per il leghista spuntarla contro il prossimo presidente della Repubblica in pectore, è un mezzogiorno di fuoco con Mario Draghi che potrà risolversi in una pistolettata nel saloon oppure in un lungo ed estenuante confronto con il sottofondo di Ennio Morricone. La posta in gioco è l’area politica di centro, quella maggioritaria nel paese e l’unica che potrebbe governare con stabilità. Non sarà il Trono di Spade, ma la trama, tra il fantasy, il giallo e il western, finalmente ha preso una piega interessante. Si esce dai social e si torna a fare politica.