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Mauro Malighetti

La strada che veniva dalla Val Imagna portava a Somasca, attraverso le frazioni Costalottiere e Saina per dirigersi verso Lecco.

Era una via diretta e quanto fosse importante per Erve lo si deduce anche alla lettura dei testamentiraccolti in una pubblicazione ad opera dell’archivista Padre Maurizio Brioli in collaborazione con gli storici locali Dario Dell’Oro, Giovanni Aldeghi, Gianluigi Riva. La maggior parte riguarda Erve. Furono redatti al tempo della peste manzoniana del 1630, stesi da un padre dei Somaschi Giovanni Calta che si improvvisò notaio oltre che confessore.

La pestilenza si era manifestata a Chiuso, sul confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica della Serenissima. Il morbo si sarebbe diffuso inarrestabile. La causa scatenante era stata la calata dei Lanzichenecchi attraverso la Valtellina e diretti a Mantova, per la successione di quel Ducato rimasto senza eredi diretti.

La peste si diffuse nel circondario a Somasca, Calolzio, Foppenico e dilagò nonostante i provvedimenti presi, nonostante le limitazioni di passaggi per persone e animali, gli sbarramenti, le reclusioni in casa, i ricoveri al lazzaretto improvvisato, l’isolamento di contrade, i fuochi purificatori di mobili e suppellettili.

La parola comincia ad apparire sui registri parrocchiali a novembre del 1630 quando in poco tempo venne decimata una famiglia di Somasca, la bimba di 6 anni, il fratello di 10, la sorella maggiore di 11, dopo che i genitori erano morti misteriosamente qualche settimana prima.

Nei testamenti si indica il luogo – Somasca, Rossino, Erve, Lorentino, Calolzio o le contrade Besé, Saina, Tovo, Cornello. Si precisa che la disposizione testamentaria è avvenuta sotto la pianta di noce o di alloro, nel portico o alla finestra, nell’orto o su una certa terra arativa, su strada pubblica o al tal ponte, nella stanza sulla scala o nel capanno. Il testatore può trovarsi a letto malato o in quarantena, con semplice o grande sospetto di peste, indebolito o “nella gravezza del male”, il primo appestato della famiglia o contagiato dagli. Essendo “in causa di morte” e “per grazia di Dio ancora sano di mente” fa testamento, solo o alla presenza di testimoni.

Disponedegli immobili, della “casa del fogo”, del bosco, di un pezzo di terra, della stalla, di un “camerino picciolino”, del “prà”, la selva, l’ortaglia. Distingue la terra in arativa o prativa, nomina gli alberi che sono castagni, noci, roveri. Assegna “stara di pane” o frumento, “some di sale”, libre di olio, brente di vino, frutti d’annata.  Le donne parlano di “robe” di casa, di mobilia, tovaglie, camicie, tovaglioli, “scosali, sotane, lenzuoli”. Qualcuno dispone anche delle armi. C’è chi sistema conti in sospeso, ha formaggi e salami da pagare o riscuotere. Si conteggia in soldi, scudi, lire, ducatoni, zecchini, crosoni e monete di Bergamo.

I beneficiari diretti sono i figli maschi, le figlie in subordine. Si lascia alla moglie l’usufrutto sin che campa, a patto di vivere casta e onestamente. Un pensiero va anche ai nascituri, al “ventre della suddetta, maschio o femmina che sia”.

Si raccomanda “l’anima sua e ai morti”, con l’obbligo di dire offici e messe. C’è chi omaggia la Madonna del Lavello, la Chiesa di Erve, quella del Castello di Rossino, la “scola” del Corpus Domini, il Monastero di Pescarenico o di Pontida. Si dispone di far dipingere l’immagine di Santa Caterina. Non si dimenticano i poverelli. Tutti alla fine si ricordano del “Beato Girolamo” o l’opera che era stata avviata con lui. Era passato un secolo dalla scomparsa del nobile veneziano ma restava vivo il ricordo della sua dedizione ai poveri e agli orfani.

Tanti i Valsecchi a Erve e dintorni ed è facile indovinarne la provenienza: oltre il Resegone, da Valsecca. La strada attuale che scende a Calolzio è scavata nella roccia, sospesa a metà del vallone profondo del torrente Gallavesa. E’ stata realizzata all’inizio del Novecento. Con la comodità della ferrovia Erve è diventata presto meta di villeggiatura per i milanesi.  Prima la mulattiera passava sopra gli speroni rocciosi passando per una cappella detta Madonna del Corno, magnifico punto panoramico sulla Val San Martino.

Qui incontro madre e figlia che sono venuti da Milano in vacanza. “Come restare in città con questo caldo?” “Che effetto passare dalla metropoli a questo paese allungato in una piccola valle?” “E’ tutt’altro che un paese di vecchi. Mia figlia ha fatto subito amicizia, ed è occupata tutto il giorno in gruppi e attività. Pensi che già parlano di aprire per il nuovo anno scolastico una Scuola Montessori”. Viene da Vimodrone: “anche noi abbiamo il nostro fiume, la Martesana”.

Link utili:
Comune di Erve
Mangiare a Erve


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