Press ESC to close

Mauro Malighetti

Sono venuto a Piona per la curiosità di verificare un’iscrizione. Le parole sono incise su una colonna posta nel magnifico chiostro e parlano del vescovo di Como Agrippino che “ … eresse l’oratorio dedicato a Santa Giustina martire nell’anno decimo della sua ordinazione”.

L’abbazia di Piona (Comune di Colico) non c’era né c’erano i monaci cistercensi che ne presero possesso dopo il Mille, ai tempi del Barbarossa. Di quella chiesa è rimasto il rudere dell’abside dietro la chiesa romanica dedicata a San Nicola. I Longobardi della Regina Teodolinda erano diventati padroni dell’Italia del nord. Quel vescovo, l’iscrizione, voci raccolti da testi, racconti popolari tramandati e tanta fantasia sono alla base del romanzo storico “L’isola” di Giovanni Galli (disponibile su Amazon) che riannoda i fili della fortunata storia riguardante il sangue di Cristo raccolto in un calice, la leggenda del Santo Graal come è nel sottotitolo del racconto.

Si dice che Giuseppe d’Arimatea, nominato nel vangelo come segreto simpatizzante del Nazareno e che pietosamente aveva provveduto al seppellimento del suo corpo, ne avesse raccolto le gocce dalla ferita del costato. Apostoli e discepoli se ne andarono presto da Gerusalemme e così la sacra reliquia.

L’interesse per il racconto della Passione era subito nato con la diatriba che aveva diviso i primi seguaci di Gesù dalle autorità religiose di Gerusalemme. Morte giusta o morte del giusto? La fede e la curiosità spinsero presto i cristiani a voler conoscere i particolari della sua morte e cercare oggetti che gli erano appartenuti: il legno della croce, la tunica che indossava, il sudario in cui era stato avvolto il corpo, i chiodi, la corona di spine.

La leggenda narrata da Galli parte dall’anno 570 d.C., nel secolo successivo alla caduta dell’impero romano. I Longobardi padroni di Milano erano arrivate alle porte di Como. La popolazione romana fuggì terrorizzata da ciò che si diceva della spietatezza di questi barbari. Si rifugiò sulla sponda occidentale e verso l’alto Lario. Particolarmente adatta ad un primo riparo fu l’isola Comacina, protetta dall’acqua e punto strategico per coordinare un possibile ritorno, quando la bufera sarebbe passata. Il che non sarebbe mai avvenuto.

L’immaginazione dello scrittore mette in campo personaggi che hanno un riscontro storico insieme ad altri inventati per dare corpo alla vicenda. Passò qualche anno di sentimenti contrastanti secondo le notizie che giungevano di attacchi respinti o di soccorsi mancati, finché un giorno approdarono sull’isola dei monaci britannici. Uno di loro si chiamava Aquilino e sarà il futuro vescovo di cui si parla nella lapide di Piona.

Erano di passaggio. Avevano urgenza di proseguire il cammino e arrivare a Roma, dal Papa. Avevano  messaggi da consegnare ed un oggetto prezioso, tenuto gelosamente in una sacca. Si rivelerà presto quella sacra reliquia di cui si andava parlando da tempo e che poi diventerà motivo di poemi, storie, ricerche, avventure cavalleresche per tutto il Medioevo.

I Longobardi non se ne andarono. Domineranno in Italia per duecento anni. Il tesoro prezioso divenne presto oggetto di venerazione. Si cercò di difenderlo, man mano i barbari estendevano il dominio sul lago. Ci fu un frettoloso trasferimento a Piona perché la reliquia non cadesse nelle sacrileghe mani dei barbari. Il luogo era romito, frequentato da qualche monaco dedito alla preghiera e alla penitenza con i primi tentativi di vita comunitaria. Non bastò. Si cercò altri luoghi nascosti. La Val Codera sembrava inaccessibile, sempre in attesa di ricuperarlo per tempi migliori. Chi avrebbe potuto arrivare lassù?

Ho chiesto del libro e della leggenda ad un padre dell’Abbazia di Piona. Dalla stola nera sul saio bianco mi sembrava l’abate.  Non conosceva il romanzo. E di quella leggenda lariana? Ha risposto con un sorriso: “Sono voci. Abbiamo tutti letto di Parsifal e Lancillotto, di Re Artù e del mistero del Graal. Quanto a credere? Di ben altro si nutre la nostra fede”. I monaci cistercensi sono fratelli dei cluniacensi – quelli di Pontida per esempio – nati nella riforma dell’Ordine benedettino alle soglie dell’anno Mille, un ritorno agli ideali originari, più legati al Papa e meno invischiati nelle diatribe e scambi di favori locali. “L’Abbazia era rimasta abbandonata per cinquecento anni. Siamo ritornati in questa oasi di pace nel 1936, con l’aiuto della famiglia Rocca, proprietaria e preservatrice della bellezza del posto”.

Link utili:
Comune di Colico
Mangiare a Piona


Leggi anche: Tornare a Milano a Ferragosto sulle tracce di Carlo Porta

Print Friendly, PDF & Email

Tagged in:

,

Preferenze dei cookie