Ispettori della Polizia come Giovanni Battista Rossi fanno ormai parte di un caleidoscopio vintage dei meccanismi investigativi. Un po’ come mettere a confronto il “bradipo” Maigret di Simenon con la “scheggia” Lincoln Rhyme di Jeffery Deaver. Da una parte la compenetrazione psicologia, l’empatia con il testimone, dall’altra l’implacabile scienza digitale dei gascromatografi e spettrometri di massa. Rossi, originario di Brusaporto, è uno degli ultimi disegnatori di identikit. Ma è in pensione. A sostituirlo, negli uffici degli inquirenti, adesso c’è “un artista” con matite al silicio, un software “made in England” che in pochi decimi di secondo pennella sullo schermo facce di presunti colpevoli. Se gli occhi sono troppo distanti o la bocca troppo esangue basta un click e un altro volto, rettificato, appare. In memoria ha un vastissimo emporio di nasi, occhi, orecchie, capelli, forme del viso. Al testimone basta scegliere quello che più si avvicina alla persona da descrivere. Ma non basta. Rossi lo sa bene. Di identikit ne ha disegnati a migliaia nella sua carriera contribuendo a catturare criminali di ogni stampo. “I computer – precisa – sono veloci ma non hanno ancora l’abilità psicologica di penetrare nella testa di un testimone per far emergere non tanto il volto bensì l’espressione assunta dal reo nell’acme del reato commesso. Un identikit è la traduzione figurativa di un’impressione visiva spesso fugace, di una frustrazione intima, di un logorio emozionale, di un coacervo di parole spesso confuse e contraddittorie”. Essere abili con la matita conta, ma è l’approccio con il testimone che è fondamentale. Rossi in questo era bravo. I suoi identikit  hanno dato un volto anche ai più crudeli protagonisti della cronaca italiana, a partire dagli anni di piombo: a Verona per il sequestro del generale James Lee Dozier, ad esempio. Ancora in Veneto, per Una Bomber. E poi a Bologna, dove la banda della Uno Bianca fece 24 morti e centinaia di feriti prima di essere scoperta. “Quello dei fratelli Savi (componenti della banda della Uno bianca) è stato l’identikit che ho più odiato. Poliziotti che diventano assassini: per me è stata la caduta di un mito. Tante vite di colleghi cancellate da cinque delinquenti”.


Lo scrittore Maurizio Lorenzi, si è ispirato a lui per scrivere il libro “Identikit. Il disegnatore di incubi”. “Perché – spiega Rossi – chi assiste o subisce un fatto delittuoso vive un incubo”. Com’erano gli occhi? I capelli? Corti, lunghi, lisci, ricci? Domande che ci stanno. Ma per Rossi c’è qualcosa di più nodale legato a una dinamica induttiva dove, da un particolare, possa dipanarsi il quadro generale. “Quando interrogavo i testimoni – continua – prima di tutto chiedevo cosa fosse successo per far si che la persona che avevo di fronte si soffermasse involontariamente su un particolare o sul modo di agire del delinquente. Da lì si cercava di ampliare la zona sino a tracciare le linee del volto. Se riuscivo a far emergere lo sguardo, il carattere, ripeto l’espressione, automaticamente si squadernava la memoria della vittima. A quel punto l’identikit era fatto. Servono tanta pazienza e capacità di sintonizzarsi con il teste del reato per riuscire a cogliere le sfumature che permettono di personalizzare un volto. Tutte cose che un computer da solo non sa fare”. Argomenti che Rossi ha recentemente spiegato, in cento ore di lezione, a una ventina di studenti del liceo artistico “Giacomo e Pio Manzù” di Bergamo nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro. “Un’esperienza importante – precisa – e anche utile. Infatti, i ragazzi come prova finale hanno realizzato un identikit basandosi sul racconto di un ragazzo al quale era stato rubato il motorino. Aveva visto in faccia il ladro. I loro disegni sono passati alle forze dell’ordine impegnate sul caso”. “La mission attuale – conclude Rossi – è  formare giovani ad una figura che potrebbe tranquillamente far parte dei periti forensi. Da quando è venuta a decadere figura del disegnatore d’identikit s’è creato un vuoto, anche istituzionale. Nell’albo dei periti sono incluse un po’ tutte le categorie con predisposizioni tecniche ben precise: manca quella del disegnatore forense. Chissà che a forza di parlarne e di far vedere che da parte della polizia c’è la volontà di sopperire a tale bug, qualcuno alla fine colga l’occasione”.



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Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

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