Dante a nove anni incontrò Beatrice: “Il sole nel suo annuale movimento era tornato nove volte dopo la mia nascita al medesimo punto”. Nove anni dopo la rivedrà ricevendone il saluto; per lui sarà beatitudine, come promette il nome Beatrice (Vita Nova). “D’allora innanzi  Amor segnoreggiò la mia anima, a lui disponsata”, per sempre legata.

Amor che ne la mente mi ragiona”, amore e ragione, binomio indissolubile, in equilibrio, né troppo  passionale come nell’eccesso di Paolo e Francesca, né solo mentale e perciò disincarnato. Il primato è però dell’amore,  che è apertura e relazione. Amore al femminile, “donne ch’avete intelletto d’amore”, il femminile  parte del divino perché Dio è relazione. Lo stesso viaggio di Dante nella Comedia passa da tre donne: Maria, Lucia, Beatrice. Amore cosmico in quanto realtà integrale: “Amor che muove il sole e l’altre stelle”. Amore forza propulsiva, che coinvolge fino a far tremare: “lo spirto de la vita ne la secretissima camera de lo cuore cominciò a tremare”. Amore umano, eterosessuale se volete, perché quello omosessuale Dante lo condanna. Nell’integrità di corpo e anima, che tocca la mente (“mente innamorata”) e tocca il corpo (“apparve a me lei di nobilissimo colore umile e onesto sanguigno e cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etate si convenia”). Amore di pancia, tocca lo stomaco, “in quella parte dove si ministra il nutrimento nostro”, nutre, muove e paralizza. Amore che lega,  “me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente”, cambia e salva. Amore triadico, di corpo, psiche e spirito.

L’Amore porta continuamente Dante a pensare e vedere Beatrice: “L’andai cercando e vedeala di sì nobili e laudabili  portamenti che certo di lei si poteva dire quella parola del poeta Omero: Ella non parea figliola d’uomo mortale ma di deo”. Dante celebra l’amore con un proprio linguaggio, mistico si direbbe, senza essere sganciato dalla realtà umana. Da monaco, ma monaco laico, che sente e dialoga con il proprio tempo. Profetico perché raccoglie il prima e proietta al dopo, tanto più necessario per i nostri tempi oscuri.

Nella Commedia il contrario dell’amore è la cupiditas, rappresentato dalla “nimica Lupa”, immagine del protocapitalismo fiorentino. Nella selva smarrito, Dante cerca l’uscita, volge occhi verso l’alto. Ai piedi del colle vede il sole che si affaccia, si avvia per la faticosa salita. Le Bestie però gli sbarrano il cammino, bestie antitinitarie, la lonza, il leone, la lupa la quale “di tutte brame/ sembrava carca ne la sua magrezza/ e molte genti fé già viver grame”. Con lei i valori sono invertiti, ciò che era virtù si fa vizio e sistema negatore del Vangelo. Si fa nuovo idolo, vitello d’oro, Re Mida o Crasso, oro e mercato che tutto corrompe e avvolge tanto che chi è dentro più se ne accorge.

Ricchezze godute da pochi: 3000  super ricchi che detengono il 44% dei beni del mondo, stando a quanto dice il Rapporto OxfamIngiustizia distribuita e ricchezza immeritata”. Un mondo perciò in guerra: “Tal mi fece la bestia sanza pace” “ch’io perdei la speranza de l’altezza”.

La misericordia di Dio però soccorre; un compagno, una guida: “vidi costui nel gran deserto”. Si tratta di Virgilio, il poeta mantovano.  “Nacqui sub Julio, ancor che fossi tardi/ e vissi a Roma sotto ‘l buon Augusto/ al tempo de li dei falsi e bugiardi”. In Virgilio non solo poesia ma saggezza, storia, cultura, sofferenza, tradizione degli avi e pietas. C’è amore per la poesia e desiderio di conoscenza: “Tu sei il mio maestro e ‘l mio autore”. Lui lo condurrà lontano dalla bestia,  “che ha natura si malvagia e ria/ che mai non empie la bramosa voglia” per un cammino di purificazione e di redenzione.

C’è speranza di annientare la Bestia: “infin ‘l Veltro/ verrà, che la farà morir con doglia”. Chi sia questo “Veltro” è sempre tema di discussione tra gli studiosi; chiaro però l’intento di Dante: si tratta di sconfiggere la cupiditas   con “sapienza virtute amore”, liberarsi dalla bramosia, più nefasta della superbia che nella scala medievale dei vizi era al primo posto. La cupiditas in chiave aristotelica si oppone alla giustizia e al bene.

La caritas deve soccorrere anche il nostro oggi; non la forza o l’economia, non la sete di dominio né il mercato o il petrolio. Un amore che deve essere politico e si allarga alla polis e guarda alto. Sulle orme di persone che l’hanno incarnata nei gesti e nella vita.

Con la sua visione dell’uomo, per la sua capacità di guardare oltre, Dante rimane attuale, ancora guida nostra per un sogno che è speranza, stella per le nuove generazioni.

Sintesi della relazione di CARLO SINI
L’AMORE DELLA SAPIENZA, LA SAPIENZA DELL’AMORE
Auditorium del Liceo Mascheroni, 28 aprile 2026 
all'interno del Programma Noesis 2025/2026

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