Andiamo ad incontrare il cognato di Bari: l’appuntamento è al Duomo. Uscendo dai sotterranei metropolitani mi trovo davanti quel monumento gotico, luminoso, maestoso, descritto variamente come un disegno di merletto, una selva sacra, un giardino marmoreo, un isolotto verde, un panettone zuccherato, un arco di luminarie. Immagino l’effetto che avrebbe fatto sul povero Renzo in fuga a Milano, pur più spoglio di quello odierno, se non si fosse invischiato nei disordini del Forno delle grucce e non avesse alzato il gomito nell’Osteria della luna piena.

I milanesi l’hanno costruito col tempo, pezzo per pezzo, come il pittore fa con il suo soggetto, andando avanti e indietro dalla tela per togliere, aggiungere, colorare. Gli architetti transalpini lo volevano slanciato, i maestri lombardi l’hanno allargato. Il Seicento l’ha visto crescere, l’Ottocento arricchirsi di guglie, il Novecento impreziosirsi dentro e fuori. Oggi (11 febbraio) è in restauro attorno al gugliotto della Madonnina, su cui sventola la bandiera italiana. Irresistibile la tentazione di fotografarlo di nuovo come ogni volta riprendo Bergamo dal balcone di Porta San Giacomo.

Saliamo sulla terrazza, accogliendo il desiderio dell’ospite. Scelta indovinata per vedere Milano dall’alto e non soltanto dal basso. Da una parte si ha la Torre Velasca, il campanile di S. Eustorgio, il Palazzo reale con un corteo di freschi sposi in uscita dalla sala matrimoni, e dall’altra San Babila, la Galleria, la Rinascente, lo skyline dei nuovi grattacieli che ben si delinea dalle nostre Mura. Non è giornata che permette la visione delle Orobie, del Rosa e la catena alpina. Un tempo i milanesi venivano quassù per il picnik, ora ci sono forestieri a fotografare guglie e statue che così sospese fanno venire le vertigini. Assaporato il piacere di essere sopra il simbolo di Milano, ripercorriamo i duecento cinquanta gradini dei settanta metri di dislivello. Ci è concessa, uscendo, una fuggevole visita dell’interno che passa davanti alla tomba del capitano di ventura Gian Giacomo de’ Medici, sotto il gioco di colori delle vetrate istoriate, con un’occhiata all’imponente navata centrale.

Perché non vedere Piazza Affari? Della Borsa avevo sentito parlare la prima volta da un amico. Il fratello si era comprato, dall’oggi al domani, la Seicento. Si era sul finire degli anni ’50 quando cominciavano a girare soldi e in casa arrivavano con la quindesada del papà i bigliettoni rossi da diecimila lire dov’era stampata l’immagine di Dante e la dicitura “pagabili a vista al portatore” che la mamma non mi sapeva spiegare. I monumenti passano inosservati nelle piazze invase dalle auto. Questo no, per quella mano gigantesca e provocatoria in puro marmo di carrara dell’artista Maurizio Cattelam.

Scopriamo nelle vicinanze i resti del teatro romano del I secolo a. C. C’è chi ci giunge in pausa pranzo. Più avanti è S. Maria alla Porta o Chiesa dei polacchi, evidente dalle scritte, la bandiera, la statua di Papa Woytila, l’immagine della Madonna nera di Czestochova. Il legame con la Polonia è vecchio, non solo di Milano; il nostro Francesco Nullo e altri diciotto bergamaschi andarono a combattere e morire per la sua indipendenza.

A lato della facciata, sul fianco destro, c’è l’accenno di una chiesa all’aperto. Sono rimasti il muro sbrecciato, i piedistalli delle lesene, il pavimento in marmo a disegni geometrici e un dipinto di Madonna con il bambino, quella che fu una cappella del Seicento distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. L’affresco che è del Quattrocento è detta la Madonna del grembiale. Divenuta irriconoscibile nel corso degli anni, un operaio l’aveva riscoperta e pulita con il grembiule durante i lavori di ricostruzione del 1651. Si trovò così guarito dall’infermità che lo rendeva zoppo e la pittura divenne immagine venerata.

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La prossima volta vorrei vedere il Cimitero Monumentale di Milano” mi dice mio cognato nel momento di salutarci. “Perché? Che curiosità hai a Milano tu che sei di Bari?”  “Sono sepolti Walter Chiari, Dario Fo, il grande Manzoni, e anche il mitico Giacinto Facchetti perché, come sai, io sono interista”.


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