C’è una macchina che da alcuni anni (perlomeno dal 2019) produce cose in autonomia. Ogni volta uno degli ingegneri che l’ha creata, Stephen Thaler, fa domanda agli uffici brevetti di mezzo mondo affinché le riconoscano il diritto d’autore. Ma quasi tutti quegli uffici rifiutano.

Tranne in Sudrafrica e Australia.

La macchina in questione ha un nome, Dabus, e somiglia a un computer sul quale gira un software di intelligenza artificiale. Una delle sue invenzioni l’ha prodotta per l’università del Surrey (ne ha parlato Luca Peyron sul Sole24Ore online del 2 settembre 2021, al link: https://www.ilsole24ore.com/art/il-caso-brevetto-intestato-un-robot-e-limiti-tecnica-AELDX0f). Si tratta di un contenitore per alimenti innovativo basato su forme geometriche frattali.

L’Ufficio brevetti della Gran Bretagna, così come quelli degli Usa, della UE e di varie altre nazioni, hanno rifiutato di riconoscerle il copyright. Cioè, hanno fatto un ragionamento a monte: quella macchina è stata progettata da una persona (fisica, come un team di ingegneri, o anche una persona giuridica, come un’azienda) e quindi è quella persona a dover essere riconosciuta titolare del brevetto.

Un’altra volta Dabus ha ricevuto informazioni su alcune migliaia di molecole (di questo ha parlato Simone Milli il 25 marzo 2020 per il sito web Bugnion, al link: https://www.bugnion.eu/it/quando-lintelligenza-artificiale-inventa-o-crea/). Ci ha pensato su, immaginando 107 milioni di combinazioni tra quelle molecole, e ha prodotto un nuovo farmaco antibiotico potentissimo.

Anche stavolta Thaler ha fatto richiesta di brevetto per la sua creatura. Perché, ok, lui l’avrà pure programmata dal punto di vista informatico, ma poi il gigantesco lavoro di calcolo l’ha fatto tutto la macchina.

Ma gli Uffici brevetti, niente, non si sono lasciati affascinare.

Allora l’ingegnere ha provato a far produrre a Dabus un’opera d’arte invece di un prodotto industriale (di questo ha parlato Emiliano Contarino su Macitynet dello scorso 22 febbraio, al link: https://www.macitynet.it/larte-creata-dallintelligenza-artificiale-non-puo-essere-protetta-da-copyright/).

E stavolta sudafricani e australiani hanno approvato.

Nel suo articolo per il Sole24Ore, Peyron (che è un teologo) ha provato a spiegare perché una macchina non possa avere la stessa dignità dell’essere umano, che è autocosciente mentre la macchina no.

Eppure alcuni dubbi (almeno alcuni) cominciano a esserci. Una intelligenza artificiale ha talmente tante potenzialità, e le concretizza con così tanta autonomia, che è difficile considerarla «soltanto» una macchina. C’è poi la questione dell’intelligenza, dote quanto mai sfuggente e di difficile spiegazione anche per gli psicologi più esperti. Per non parlare dell’autocoscienza… sappiamo davvero, noi umani, se i computer ce l’hanno o no?

Intanto, mentre noi umani ci pensiamo, la macchina Dabus continua a produrre cose nuove e, in certi casi, anche belle.

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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