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Antonio Carminati

Il precedente post dedicato alla triste osservazione delle saracinesche abbassate dell’osteréa dol Balèta, nel villaggio de San Simù, ha stimolato diverse osservazioni, dalle quali emergono utili spunti e indicazioni concrete per tentare di ricostruire un nuovo sistema socio-economico territoriale.



In svendita la storia della montagna

Lo scenario attuale dei villaggi dell’Alta Valle Imagna è composto anche da negozi che chiudono, aziende zoo-casearie in difficoltà, edilizia rurale di pregio a rischio di scomparsa, boschi che avanzano, contrade-dormitorio che si ripopolano in parte solo la sera e il fine settimana,… Non è un quadro apocalittico – ovviamente – e ci sono anche elementi positivi da considerare, anche se diversi guasti eco-ambientali hanno incrinato il rapporto tra il territorio e i suoi abitanti, per il perdurare di processi di spaesamento, massificazione e servile adeguamento alle logiche urbane. Quello che sta succedendo oggi è la conseguenza di scelte passate. Stiamo raccogliendo i frutti di scelte effettuate nei decenni scorsi, tante rinunce, rispetto alle quali non è ancora stata raggiunta la necessaria consapevolezza, soprattutto in termini di conoscenza. Cosa è successo nel ventennio dal 1960 al 1980? Per un progresso – costruito sui modelli della città, della fabbrica, dei consumi – che si sta rivelando effimero, le popolazioni della montagna hanno svenduto la loro storia, gettando con l’acqua sporca anche il bambino, cosicché oggi si sentono ancora più sole. Alla povertà economica sono subentrate altre forme di povertà, meno evidenti magari, più sottili e raffinate, ben nascoste dietro le maschere dell’apparenza, che investono l’ambito della qualità della vita delle persone, delle relazioni sociali, della partecipazione degli individui alle sorti della terra. Attualmente possiamo davvero affermare di aver imparato (a nostre spese) la lezione? Cioè che non può esserci sviluppo socio-economico in discontinuità con la storia sociale, le tradizioni locali e gli elementi della cultura popolare di un’esperienza insediativa? Senza storia e cultura non c’è futuro. Solo apparenze fallaci, diversivi, giri di giostra.

Il caseificio tradizionale. Fotografia di Emilio Moreschi

La razzia della forza lavoro delle aree rurali

Un caro amico, alcune settimane fa, mi ha comunicato il suo senso di fastidio nel leggere testi interpretati solo in chiave nostalgica, troppo proiettati verso il passato, quando i giovani – sostiene – oggi hanno bisogno molto del presente, moltissimo del futuro. Concordo con la conclusione, ma dissento sulle premesse. Di quale futuro siamo parlando? Di quale modernità? E cosa è la modernità? Nei decenni scorsi, dalla seconda metà del Novecento, la grande corsa, senza precedenti, verso il futuro, dalla terra alla fabbrica, dal villaggio alla città, dalla dimensione collettiva a quella individuale, dalla famiglia estesa a quella individuale,… ha prodotto quassù, su tutta la montagna orobica, ma non solo, numerosi situazioni di sradicamento culturale e stretto dolorosi nodi che oggi vengono al pettine e fanno male. Attualmente “il Re è nudo”, ossia la crisi ha smascherato percorsi effimeri di ricchezza, fondati sul benessere temporaneo, che non hanno saputo affermare condizioni di sviluppo durature. La storia del “boom economico” del secondo dopoguerra, che abbiamo studiato sui libri di testo, è da riscrivere, almeno per quanto concerne le condizioni di svantaggio e di marginalità in cui sono state relegate le aree rurali, depredate della loro forza lavoro e della carica sociale ed economica che nei secoli hanno sempre espresso con determinazione; in montagna, in modo particolare, il cosiddetto “miracolo economico” ha innescato un generale processo d’impoverimento di tutto il contesto sociale e produttivo tradizionale, affermando diverse centralità provenienti da lontano, sostenendo processi intensivi e mettendo al centro il profitto (sempre di pochi).

Fuipiano Valle Imagna, primi anni Settanta. Fotografia di Rinamdo Della Vite

La chimera del consumo ad ogni costo

Ma che futuro è quello che stacca la spina tra le persone e la terra in cui esse vivono? In quel periodo – della grande trasformazione della società – abbiamo cercato di fare un enorme balzo in avanti, come dentro un grande sogno, e, avanzando come fa un enorme buldoozer, abbiamo ammassato ai margini del percorso tutto ciò che non era funzionale al presente, o che sapeva anche solo di passato, per annullare blocchi di memoria ancora prossimi alla vita e al lavoro delle persone nell’antico mondo contadino. Via le vecchie case, via i mestieri tradizionali, via le relazioni di contrada e di paese, via le conoscenze e le abilità antiche! Avanti invece con i servizi, i consumi, la diffusione a più non posso dei beni materiali, utilizzati come parametri e indici di progresso sociale. Ma il paradosso quale è stato? Che l’accelerazione dei servizi e l’assestamento delle posizioni di benessere individuale, anziché trattenere le persone in montagna, le hanno portate via, allontanate definitivamente. La montagna improvvisamente si è sentita povera, utilizzata da un lato quale contenitore di uomini e risorse da impiegare altrove, dall’altro quale “giardino” della città. Non sono le infrastrutture a formare una comunità. Non le cose, ma le persone! Ma quelle sono venute meno, anzi hanno utilizzato l’accrescimento dei servizi e delle strutture per allontanarsi definitivamente. Pareva che l’urbanizzazione, la scolarizzazione, l’industrializzazione fossero la panacea di tutte le povertà, scenari indistruttibili dei tempi moderni, binari privilegiati per passare dalla condizione di povertà preesistente e di arretratezza a quella presente e futura della contemporaneità. Ma così non è stato.

In osteria. Fotografia di Rinaldo Della Vite.

Persa una generazione di montanari

Il mito è durato solo una manciata di decenni. Così poco è bastato per sciogliere un incantesimo, quello della ricchezza facile, che pareva infinita. Era ritornato, sotto nuove sembiante, il vecchio “sogno americano”, nella versione anni Settanta. Il castello della società dei consumi si è rivelato fondato sulla sabbia, fragile, in balia delle fasi dell’economia di mercato. E oggi, vittime della crisi del modello industriale urbano, che aveva abbagliato anche le popolazioni rurali, gli abitanti della montagna si trovano più poveri di prima e, nel tentativo di tornare a sé stessi, organizzano corsi per imparare di nuovo a costruire muri a secco dei terrazzamenti, a mantenere in vita le antiche mulattiere selciate, a costruire una gabbia o un rastrello, a gestire le piccole economie rurali multifunzionali. La montagna ha perso almeno una generazione di montanari e con essa è venuto meno l’anello di congiunzione con la storia, la vita e il lavoro del passato. La catena si è spezzata, interrompendo la continuità storica. Abbiamo rinunciato a esercitare abilità e a trasmettere conoscenze, frutto di una cultura millenaria, a occhi chiusi, senza garanzie, abbracciando senza indugio il mito del facile e immediato progresso.

Il caseificio tradizionale. Fotografia di Rinaldo Della Vite

Governare da protagonisti i processi sociali

Purtroppo il futuro, che tanto viene invocato, ancora non si vede e, nel frattempo, continuiamo ad annaspare in mezzo a un enorme guado, come nel mezzo di una enorme e diluita fase di decadenza. Così è avvenuto anche nel passato e la storia ce lo insegna: il superamento delle grandi civiltà è sempre stato contrassegnato da periodi di guerre, incertezze economiche, decadenze, commistioni di spazi e di valori, facili derive e barbarie. È quanto sta avvenendo per il superamento dell’antica civiltà rurale, dalla quale tutti noi ancora proveniamo, dopo aver sperimentato l’esperienza industriale e post-industriale. La società non sarà mai una grande fabbrica. È molto di più, perché l’uomo non è una macchina. È come se, nel mezzo di questo grande guado, le nostre forze si disperdessero, impegnati a compiere un percorso cruciale, pieno d’insidie: se guardiamo indietro, riconosciamo ancora la sponda dalla quale siamo partiti, dove abbiamo lasciato i nostri nonni e le memorie della civiltà rurale, ma non sappiamo ancora cosa ci aspetta davanti, ossia non riusciamo a intravvedere la sponda verso la quale siamo diretti. Inoltre la corrente fluviale rischia di portarci via e governarla non è facile, se non si possiedono gli strumenti necessari, che possiamo però recuperare nella storia, nelle tradizioni, nelle esperienze trascorse. Per non lasciarci inghiottire dai vortici di una corrente tumultuosa, abbiamo bisogno di àncore, di punti fermi ai quali aggrapparci, che possiamo trovare nella scala dei valori delle appartenenze e nelle espressioni delle identità. Le appartenenze sono il nostro scudo e le identità la nostra spada per non soccombere, ma governare, da protagonisti, i processi sociali, combattendo la battaglia per l’esistenza, quali soggetti attivi e propositivi in grado di interagire consapevolmente con i processi sociali ed economici. Ma non è facile.

Il Piéro Macì di Cà Gavaggio

Rompere il sistema pressante delle omologazioni

Una voce fuori dal coro? Può darsi. Ma sono convinto che possiamo ritornare a sostenere la vita e il lavoro in montagna, nei nostri villaggi di sempre, solo se riusciremo ad utilizzare il linguaggio proprio delle aree rurali e a riappropriarci degli strumenti tradizionali per governare la natura e le sue espressioni vitali. Il linguaggio della montagna è diverso da quello della pianura, quello del villaggio differente da quello della città, quello della terra dal suo omologo della fabbrica. Per cogliere queste differenze va rotto il sistema pressante delle omologazioni. Ed ecco la sfida: proviamo a considerare dentro una grande parentesi ciò che è successo dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi, isolando dunque quel periodo, per ricominciare dal punto in cui ci siamo arrogantemente discostati dalla continuità storica, per inseguire il modello urbano e industriale. Per cercare di dare una nuova impronta all’idea di sviluppo, costruendo un corso più coerente al progresso e al miglioramento della qualità della vita delle persone, non solo sotto il profilo meramente quantitativo ed economico.

Ripartire dalle antiche e spartane ostarée

Per non mancare di concretezza, ritorniamo immediatamente alle botteghe e alle osterie dei nostri villaggi che chiudono. Per rifondare i luoghi di incontro e di confronto tra le persone, quali sono sempre stati nel passato gli esercizi pubblici e commerciali di queste valli, non bisogna ripartire da sciccosi ristoranti, bensì dalle antiche e spartane ostarée; non dai mini-market, che imitano, nel piccolo, il modello concorrenziale della grande distribuzione, bensì dalle vecchie, piccole ma caratteristiche, bütìghe (ricordo ancora bene quella della Lisa), valorizzando persino l’antico arredamento, con scaffalature e bancone, che meglio favoriscono l’incontro tra le persone e sanno trasmettere le buone relazioni di paese. Le sintonie e le atmosfere hanno un loro valore economico. La montagna non sarà mai competitiva utilizzando i mini-market, che rappresentano una declinazione ai minimi termini dei gross-market dei centri commerciali, e nemmeno con i mini-caseifici, espressione della cultura industriale, ma può esserlo davvero attraverso la butìga de la Lisa e le antiche produzioni casearie artigianali, a costo di utilizzare ancora la vecchia caldaia di rame (più che sufficiente quando la lavorazione è assestata sui due quintali di latte per cagliata). Concorrenziale non tanto in termini quantitativi e meramente economici, quanto invece sul piano della trasmissione dei valori e dei prodotti, delle identità e delle appartenenze al territorio. Non è la quantità di stracchini prodotti a fare la differenza, ma la qualità e la storia che essi sono ancora in grado di trasmettere: elementi di una modernità tale da attribuire al prodotto valore aggiunto anche di natura economica.stalla

Un futuro da ricercare nel passato

Ci vuole coraggio. E non ci sarà ripresa vera e duratura sin quando la gente delle nostre valli non riuscirà a parlare con il linguaggio proprio della montagna, utilizzando gli strumenti di comunicazione locali e smettendola di emulare o scimmiottare realtà esterne e lontane. E al caro amico, che sente il peso delle nostalgie ed è assillato dalla ricerca del futuro, dico che questa è la vera modernità e che il futuro, in questo caso, va ricercato nel passato. Ancora una volta… fuori dal coro, direbbe Mario Giordano.

Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna


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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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