Divertimento in Caissa / 3

La fiction Netflix La regina degli scacchi ha ribaltato la percezione del nostro gioco presso il grande pubblico, contribuendo a far evolvere quella che sembrava una passione per pochi nerd particolarmente ossessionati in un fenomeno di massa.

Un po’ come successe nel 1972, quando il genio solitario americano, Bobby Fischer, intraprese la distruzione della cortina di ferro innalzata dai sovietici intorno agli scacchi – e sconfisse il loro campione Boris Spasskij. All’epoca si disse che nel mondo c’erano soltanto 2 milioni di scacchisti «veri», ovvero che partecipassero regolarmente ai tornei: 1 milione di qua e 1 milione di là della cortina. Dopo il match gli appassionati diventarono molti di più, pur sembrando ancora una minoranza rispetto alla popolazione mondiale.

Oggi la fiction ha mostrato che gli scacchisti sono molti (molti, molti, ma davvero molti) di più. Decine se non centinaia di milioni. Io mi sono fatto un’idea del motivo.

«La regina degli scacchi» è stata trasmessa per la prima volta su Netflix il 23 ottobre 2020. Dopo 7 settimane, quante sono state le puntate trasmesse, è diventata una sorta di mania mondiale, con più di 62 milioni di clienti della web tv che l’hanno acquistata.

Con queste premesse è stato quasi ovvio che lo scorso 28 febbraio, quando si è svolta la cerimonia di premiazione dei Golden Globes (l’equivalente dei premi Oscar per la televisione) quella fiction sia stata premiata come la miglior produzione dell’anno e la sua protagonista, Anya Taylor-Joy, sia stata acclamata come miglior attrice.

La mania mondiale si è poi trasmessa anche in altri settori. Per esempio nell’editoria, con la ristampa in varie lingue del romanzo di Walter Tevis da cui la fiction tv è tratta. Romanzo che fu pubblicato per la 1ª volta nel 1983, senza grande successo, ma la cui ristampa del 2020 è rapidamente schizzata in testa alla lista dei best seller in varie nazioni, Italia compresa. All’insaputa dell’autore, morto nel 1984.

Un altro settore in cui «La regina degli scacchi» ha fatto onde è stato quello degli scacchi, intesi sia come gioco sia come fenomeno sociale.

Cosa che sembra ovvia, ma negli ultimi decenni ci sono stati numerosi libri (come «La variante di Lüneburgh» di Paolo Maurensig nel 1983 – qui il link all’articolo dedicato da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/La_variante_di_Lüneburg) e trasposizioni cinematografiche (come «La difesa di Luzin» con John Turturro nel 2000, tratto da un romanzo di Vladimir Nabokov del 1930 – qui il link della Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/La_partita_-_La_difesa_di_Lužin). E nessuna di quelle opere ha avuto il benché minimo impatto al di fuori della cerchia dei già conoscitori del gioco.

La fiction su Netflix, invece, ha provocato esplosioni – sia fuori sia dentro l’ambiente.

Solo per fare un esempio: il sito web chess.com, che già prima della fiction era uno dei più seguiti server di scacchi al mondo con 5 milioni di iscritti, ha cominciato la pubblicazione di un report su quanti nuovi fan si iscrivessero ogni giorno. Dal novembre 2020 è stata un’ondata con oltre 100˙000 nuovi giocatori al giorno. Ogni giorno. Lo stesso trend di crescita continua ancora oggi, a marzo 2021 inoltrato. Gli iscritti su quel server (che è soltanto uno dei tanti dove si può giocare a scacchi online) oggi superano i 60 milioni.

Un fenomeno che lascia quasi sbigottiti gli scacchisti di lungo corso, come si percepisce anche da un articolo pubblicato il 2 marzo su ChessBase, dai commenti e dai link annessi (il primo link è: https://en.chessbase.com/post/the-queens-gambit-anna-taylor-joy-win-golden-globes).

Cos’ha di così attrattivo «La regina degli scacchi» che le altre opere di fiction non hanno avuto?

La mia sensazione è che questa fiction tratti il gioco come una bella attività, che tutti possono affrontare anche se a basso livello. Poi alcuni, per gli accidenti della vita e del talento, possono giocarli ad alto livello… e lì, ecco, lì gli scacchi mostrano veramente quello che sono: una delle massime espressioni della capacità umana.

Come la musica, circa, che molti possono ascoltare, strimpellare, imparare a memoria o leggendo gli spartiti. Anche se soltanto alcuni, tipo Mozart, o Beethoven, o Freddy Mercury riescono a portarla a livelli davvero alti – livelli che poi tutti siamo capaci di godere.

O come il calcio, per dire di una attività sportiva, che è uno dei giochi più praticati al mondo e intorno al quale girano molti soldi e molta insipienza umana. Poi ogni tanto scende in campo un Lionel Messi, o un Diego Armando Maradona, e tutti possono godere di quella bellezza.

Nella fiction Netlix, così come nel romanzo di Tevis, la protagonista Beth Harmon parte da molto lontano: è un’orfana povera nell’America profonda degli anni ’40 del secolo scorso, e non sa niente di sé né del proprio talento. Poi scopre gli scacchi, verifica di essere brava a giocarli, e siccome intorno al gioco c’è un sistema (seppur piccolo) che è anche economico, li sfrutta come ascensore sociale.

Vince molte partite, ogni tanto ne perde e ciò le provoca scompensi emotivi (ma chi non si dispiace quando perde…?) che affoga nell’alcol e in uno psicofarmaco di cui si trova dipendente suo malgrado.

In altre fiction la disperazione della sconfitta è il focus della vicenda, e ciò accomuna gli scacchi con l’ossessione, il suicidio (nel film con Turturro di cui sopra) o la tensione di competere con un gerarca nazista per la vita di internati nei lager (nel libro di Maurensig). Insomma, accostamenti angosciosi.

Beth Harmon invece non si rassegna e va a stanare i più forti, che negli anni ’60 erano i sovietici, per provare almeno a giocarci. Così finisce che li sconfigge.

Qui finisce la narrazione – sia nella fiction sia nel romanzo originale. Ma non si tratta del solito lieto fine hollywoodiano. Da lì comincia, in effetti, il gioco. Beth Harmon scende nell’agone più autentico, il parco di Mosca dove si radunano i giocatori sovietici di lungo corso, e gioca con loro. Troverà quelli scarsi e quelli forti, quelli che sbagliano ogni mossa e quelli che non sbagliano mai. E si divertirà. Si divertiranno. Si sente nell’aria, come una corrente elettrica che invita a essere migliori, a fare meglio, a inventare le soluzioni più ardite.

Gli scacchi. Semplicemente. La bellezza.

(Divertimento in Caissa è una column, come usa nei giornali internazionali, dedicata agli scacchi – di cui Caissa è la musa immaginaria e ispiratrice. Sarà aperiodica, legata agli eventi principali dell’evoluzione del gioco soprattutto di alto livello ed elettronico. Ma parlerà anche di altro… del senso dell’intelligenza, magari. Se mi verrà in mente)

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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