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Le notti magiche altrui nel Mondiale 2018 di Putin

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Le notti magiche altrui

Estate 94 avevo 12 anni. Ero appena tornato dalla gita del Cre. Un tardo pomeriggio di luglio, caldo torrido estivo. Seduto sul divano di casa con mio padre, occhi fissi davanti alla TV. Italia – Spagna: quarti di finale dei mondiali. Eravamo 1-1, ma arrancavamo in difesa: squadra stanca, in balia della avversario. Ma poi d’improvviso come nelle migliori tradizioni azzurre due lanci di prima a tagliare il campo: Berti, Signori, Baggio. 2-1 al 90esimo e si vola in semifinale. Io che salto dal divano, mio padre che parte con un florilegio colorito. Partono i caroselli per strada con le bandiere. Per me fu una liberazione. Quattro anni prima, davanti al televisore in bianco nero della nonna, avevo vissuto la prima grande delusione della mia vita con la maledetta uscita a vuoto di Zenga.

Dal Dopoguerra i mondiali scandiscono da sempre i tempi della nostra vita. Bisbocce al bar, serate a casa di amici col bandierone in pieno stile ragionier Fantozzi. E, oggi, invece a 36 anni suonati niente bandierone, niente serate al bar o da amici. Nello spareggio con la Svezia non abbiamo segnato un gol in due partite. Giusto così. Tecnicamente mediocri. Guardiamo in faccia alla realtà: se ci si presenta al mondiale con una linea mediana titolare che dice De Rossi e Parolo – quando anni addietro avevamo Pirlo, Gattuso, Albertini, Di Biagio, Giannini, Donadoni – non c’è niente da fare né da polemizzare. Abbiamo perso i giocatori tecnici, che sanno mettere in posizione da gol la punta, che fanno un filtrante preciso e un traversone a cambiare gioco. Gente che vede prima l’azione, il passaggio giusto.

E al mondiale di Putin perché siamo fuori? Beh, sarà un caso che gli ultimi top player a livello internazionale si fermino alle classi 78-79. Dei nati dal 1980 in poi non ce ne sono più. E si parte col tormentone: è colpa degli allenatori, dei settori giovanili, delle squadre di club, dei troppi stranieri, etc… Sono tutte motivazioni che hanno una loro logica, ma che tralasciano forse quella più importante ed extra calcistica: ovvero la politica familiare dei bambini. Se chiedete ai fuoriclasse del passato vi diranno tutti che la tecnica di base come il controllo di palla e la visione di gioco e la velocità di pensiero non le hanno affinate alla scuola calcio o nel settore giovanile. Bensì nel portico sotto casa tra le auto, tra la pianta e il bidone nel parco pubblico, all’oratorio con un terreno di gioco a dir poco impietoso. E lo facevano per ore e ore finché non veniva buio. Non c’è bisogno di scomodare gli esperti per capire che l’ingegno e l’estro nascono dalle difficoltà e dalla pressione. Se stai giocando in un cortile condominiale con il portico come rete ti tocca pensare veloce per evitare di tirare in faccia il pallone al vecchietto che esce a prendere la pensione. Oppure, se usi un campo da basket scalcinato come terreno di gioco e per le porte quei tre piccoli varchi che fanno da base per sorreggere il canestro sai che hai 60 centimetri al centro e poco più ai lati per fare gol. E ancora: se oltre la rete che usi per la porta c’è il fiume ti tocca tirare sempre basso e preciso.

Se dopo la scuola elementare il gioco del calcio viene subito standardizzato nelle due ore a settimana nella squadra del paese col prato all’inglese, gli esercizi schematici e al massimo i birilli per il dribbling di talento non so cosa possa uscirne. Poi è chiaro che nel età adolescenziale la squadra ufficiale e gli allenamenti ci vogliono, ma non prima dei 12-13 anni. Il talento e l ‘estro escono alle elementari. E devono essere allenati e coltivati, non rinchiusi subito dietro esercizi standard e lunghe corse. All’inizio articolo ho scelto un aneddoto ben preciso, un’azione particolare che mi è rimasta impressa. Andate a vederla su YouTube. Li c’è tutto quello che manca ai nazionali di oggi. Controllo di palla, precisione e velocità di pensiero. Tre passaggi e siamo passati da una porta alla altra. Ripartiamo da qui. Da meno zona e fuorigioco in prima elementare e più campi scalcinati finché luce del giorno permette. Personalmente sono anni che non vedo più i ragazzini giocare nei luoghi più disparati.  Così come il bandierone tricolore cucito a mano da mia nonna per Italia 90 è riposto nel cassetto da molti anni.

Non vorrei che l’attuale decadenza economica politica in cui siamo precipitati negli ultimi anni non abbia trovato un’ampia analogia pure nel pallone. Come dice Federico Buffa: “I mondiali hanno da sempre scandito i tempi della nostra vita“. In attesa di tempi migliori io tifo Svizzera.  Vi chiedete il perché? Non hanno nulla. Solo freddo montagne e cioccolato. Ma hanno le banche e sanno cosa vuol dire investire nella creatività e idee. Noi invece ci crogioliamo in una lenta decadenza che assomiglia molto alla Roma imperiale del dopo Traiano. Nella attesa buon mondiale a tutti e forza azzurri. Ah no, scusate forza azzurri non c’entra nulla, ma cercate di capire per la prima volta in 36 anni mi manca il cuore.


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