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Guido Tedoldi

Lo sport professionistico si basa su alcuni capisaldi: la televisione, gli sponsor, la pubblicità. E sì, be’, anche la presenza di pubblico agli eventi, che si misura in migliaia di persone nei palazzetti chiusi ma può misurarsi in decine o centinaia di migliaia negli stadi, nei circuiti, sulle strade. Però, negli ultimi mesi, il pubblico non c’è stato più.

Lo sport professionistico, invece, è ancora qui.

Ma in certe situazioni, imperterrito, il pubblico c’è ancora. Lo si è visto in Francia, nel corso delle 3 settimane del Tour ciclistico che ha attraversato il Paese fino alla conclusione di Parigi di domenica scorsa 20 settembre.

E la circostanza che in Francia, a settembre, i contagi siano aumentati di giorno in giorno, o che siano state indette dalle autorità diverse zone rosse per cui se la corsa passava di lì agli spettatori era vietato stare in strada, o addirittura che siano state chiuse alcune salite per cui gli spettatori non erano autorizzati a salirci nemmeno a piedi – in pratica non ha fatto differenza.

Le immagini televisive del Tour 2020 sembravano le stesse di quelle del 2019 e di molti anni precedenti. Pur nel rispetto delle leggi in strada c’erano centinaia se non migliaia di persone a quasi ogni chilometro, e in salita l’entusiasmo di tifosi che correvano a piedi fianco a fianco ai corridori produceva la stessa bolgia di sempre. C’erano le moto della gendarmeria, ma la strada era il solito budello quasi impercorribile.

Alcuni di quegli spettatori avevano la mascherina, altri no.

Negli stessi giorni di settembre, la Rai ha trasmesso altre corse ciclistiche, soprattutto italiane come la Tirreno-Adriatico e il Giro d’Italia femminile. E anche considerando il fatto che qui i numeri della pandemia fossero inferiori, ciò che si vedeva in tv era lo stesso: ciclisti in mezzo alla strada e numerosissime persone ai bordi. Alcune con mascherine, altre no.

Il direttore del Tour de France, Christian Prudhomme (come riportato da Francesco Ceniti su la Gazzetta dello Sport cartacea del 22 settembre) ha detto che la presenza del pubblico, peraltro non pagante, era comunque positiva – per tanti motivi tra cui quelli legati al business, ma intanto positiva.

Anche Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, ha detto che il pubblico dal vivo è cosa buona e giusta. La gente può imparare a convivere con il virus, magari rispettando le regole.

In sintesi il sistema dello sport professionistico deve ancora capire bene che cambiamenti stia portando il Covid e la sua permanenza. I suoi dirigenti hanno in mano uno strumento potente come quello dei mass media, in particolare la tv. Ma lo stanno usando come se il Covid non ci fosse.

Anche il pubblico deve ancora capire bene come comportarsi. Lo sport di vertice è visibilissimo dal divano di casa ma i tifosi hanno la tendenza ad andare a vederlo dal vivo, preferibilmente ammassati e con le distanze (anche quelle con gli atleti protagonisti) ridotte ai minimi termini.

Anche laddove stando lontani si capisce di più l’evento.

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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