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Mauro Malighetti

Ci sono tanti modi di giocare, a carte, a scacchi, a calcio o a volleyball. Ci sono i giochi dei bimbi sulla spiaggia e i giochi solitari sotto l’ombrellone. Si gioca facendo una passeggiata o una corsa, sfidando altri o per mettersi alla prova, si gioca d’azzardo o per far passare la noia.

Noi giochiamo e vediamo giocare. Il gioco è un fatto sociale si spiega nel libro di Eugen Fink, L’oasi del Gioco. Anche da soli, si è in relazione, davanti a sé stessi. Il gioco è legato ad altri, sostenuto dagli altri, in faccia agli altri, imitando gli altri, in lotta con gli altri. Il gioco sembra un fatto marginale della vita dell’uomo, un momento di relax nel tempo libero. Il gioco ci redime dai gravami dell’esistenza. La vita ci chiama a impegni improrogabili, a responsabilità dovute al ruolo che abbiamo in società, come padri madri studenti operai politici artisti ingegneri avvocati, e noi ci prendiamo una pausa.

Il gioco avvince, libera, è seducente, appassionante, trascina, è un’oasi di felicità. Ci fa ridere ma anche piangere. I tifosi portano in trionfo la squadra di calcio che ha vinto lo scudetto ma si sentono umiliati alla sconfitta o alla sua retrocessione.

Sembrerebbe che il gioco esprima l’esuberanza vitale dell’essere, come se si accompagnasse alla vita sempre in movimento. In questo senso giocano anche gli animali. Il bambino gioca continuamente, il gioco è costitutivo del suo essere; smette di giocare man mano cresce, quando si profilano i doveri della scuola, della casa, dell’associazione. Si restringe lo spazio del gioco e si allargano i compiti della quotidianità. Ma il gioco non scompare. Anzi nella nostra società del tempo libero allargato c’è più tempo per il gioco. Noi giochiamo più dei nostri nonni che lavoravano sempre o quasi. Il gioco da loro era visto come mancanza di serietà. Non giocavano e guardavano noi bimbi con severità, come a loro appariva seria e minacciosa la vita. Ma giocavano anche loro, nelle osterie, nelle feste, la domenica, senza mostrarsi troppo.

Essenziale nel gioco è la regola. Ci sono limiti. Nella vita si cerca di togliere gli ostacoli, nel gioco no. Magari la regola si cambia nel corso del gioco, di comune accordo. C’è l’arbitro che garantisce la regolarità del gioco. Nel gioco degli scacchi non si può catturare il re afferrandolo con la mano; ci sono procedure per muovere le pedine e arrivare allo scacco matto. Gli ostacoli rendono appassionante il gioco.

Il gioco si appoggia a cose reali ma non è cosa reale. Il gioco muove l’immaginario. Prendiamo la bambina che gioca alla mamma con la bambola o con un semplice pezzo di legno avvolto in un fazzoletto. Vive in due dimensioni: quello che chiamiamo realtà, il giocattolo che la mamma le ha comprato o la corteccia che ha trovato per terra, e la situazione magica che lei inventa e fa la mamma e imita la mamma. Salvo uscire dalla scena quando la mamma la chiama perché è tardi ed è ora di cena. Il gioco ci offre la felicità della fantasia. Si insinua pure nel lavoro quotidiano e lo rende creativo e produttivo.

Il gioco ci trattiene nell’istante senza il fardello del passato o il futuro che urge. “Finché giochiamo non attraversiamo alcun Rubicone”. L’azione del gioco ha scopi interni, il suo meccanismo ci prende, non guardano fuori. Se mi alleno per rinvigorire il corpo non mi diverto più. Il gioco rifugge l’utilità pratica ma è percorso da un senso, rientra nella logica dell’essere umano che vuole la felicità.

Il gioco dell’uomo si rapporta al mondo e va oltre. Diventa rito magico e cerca l’assoluto. I primi giochi erano riti magici, mettevano in scena il destino umano. Noi giochiamo perfino con la morte: “nel gioco anche il volto della Gorgone si rischiara”. Nietzsche diceva: “Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco”. Ed Eraclito a proposito della vita: “Siamo fanciulli; giochiamo spostando i dadi”.

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