Di recente l’attenzione dei media è tornata a focalizzarsi sull’attività di barbieri e parrucchieri ma solo perché, in base al nuovo DPMC Draghi, si palesa la possibilità che queste attività ritornino ad essere chiuse nelle zone rosse. Sorprende, quindi, che una professione tecnicamente e socialmente cosi importante diventi spesso focus di attenzione solo per gli aspetti legati alle limitazioni giuridiche quando, invece, c’è molto da scoprire. Vi siete mai chiesti, ad esempio, come nasce il palo del barbiere? Si tratta, infatti, della famosa insegna caratterizzata dai colori, bianco/blu e rosso che spesso capita di vedere all’esterno del barbiere e che ha, nel suo Dna, una genesi davvero interessante da conoscere.

L’idea di questa raffigurazione nasce da una attività che veniva svolta dai barbieri legata, sembrerà strano, alla pratica dei salassi. Operativamente l’operatore del salone avvolgeva un asciugamano bianco attorno al braccio del paziente per asciugare il sangue e, poi, l’asciugamano veniva messo ad asciugare fuori dalla porta del negozio. Il colore rosso ricorda, quindi, il sangue, il bianco le bende, il blu le vene mentre il palo ricorda l’asta dove il paziente si appoggiava per evidenziare le vene. Nell’insegna è poi anche presente un pomo in bronzo che ricorda la vaschetta dove vaniva raccolto il sangue del cliente.

Quindi nel corso del tempo, quelle strisce bianche, rosse e blu, divennero il simbolo del salone del barbiere / cerusico soprattutto nei paesi anglosassoni. Gli aneddoti storici su questa professione sono davvero tanti perché, studi alla mano, siamo difronte ad un mestiere antichissimo che, nel corso dei secoli, si è evoluto soprattutto quando, nel 1850, i barbieri hanno smesso di effettuare servizi medici per dedicarsi al taglio e alla cura dei capelli.

Se guardiamo alla nostra esperienza possiamo però anche riconoscere qualcosa di ancor più interessante: il valore sociale legato a questa professione. Un esempio è l’esperienza di ascolto di cui siamo beneficiari. Su quella sedia ci rilassiamo, raccontiamo le nostre fatiche e le nostre gioie dando così vita, grazie al barbiere o alla parrucchiera, ad un momento di vero e puro benessere. Sarà anche questo il motivo per cui, durante il primo lockdown, la mancanza di questa possibilità si è fatta sentire.

E’ una nobile professione che trova in tanti uomini e donne di oggi sia dei custodi di una sapere antico che, al tempo stesso, innovatori e intercettatori di nuove esigenze. Storie di imprenditorialità di una ricchezza straordinaria dal quale ognuno di noi può apprendere. E’ capitato così anche a me entrando, un giorno di tanto tempo fa, in un negozio della Bergamasca (con fuori l’insegna sopra descritta) e scoprire, dentro l’ascolto attento e reciproco, una storia bellissima di imprenditorialità.

Un giovane ragazzo, di nome Max, partito dalla Sicilia e approdato in un bel salone ad Orio Center come apprendista e poi, grazie al sudore e all’impegno, diventato un professionista di alto livello che, al pari di Anna (vedasi articolo precedente), inizia la sua giornata a Longuelo in città dal Buongiorno al cliente… anche se detto con un accento siciliano che introduce, così, ad una cultura di accoglienza millenaria.

L’augurio è che possiate scoprire, qualora non l’abbiate già fatto, le storie di imprenditorialità dei negozi dove vi recate perché sarà cosi l’occasione per uscire più belli sia esteticamente che umanamente.

Max un barbiere siciliano a Orio
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Autore

Alessandro Grazioli

Marito e papà di 4 bambini, laureato in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano, Specialista sviluppo prodotti e servizi assicurativi Gruppo Assimoco – Business Unit Eticapro, Consigliere Comunale e Presidente del Comitato di settore dei servizi sociali del Comune di Torre Boldone, divulgatore nazionale

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