Merate è stata la mia seconda casa. La mamma era nata là. Era sempre un’avventura andarci. Si partiva in treno e si scendeva alla stazione Cernusco-Merate. A piedi era lontana.

Si saliva passando tra campi e muri da dove sporgevano cime di cipressi, rami di cedri o di faggi rossi. Erano le ville della ricca borghesia milanese di cui sentivo parlare dallo zio che, ferroviere e macchinista alla Stazione Centrale di Milano, si arrangiava coi lavori di giardinaggio.

Inoltrandosi in paese la strada si animava. C’erano moto e macchine, vetrine di negozi e insegne che erano sempre una novità, porticine o portoni da dove usciva gente e qualche carretto. La mamma mi faceva notare l’ingresso del Collegio dei Padri somaschi che il Manzoni aveva frequentato. Si vedeva il cortile con il porticato, pieno di ragazzi a gridare e due tonache nere a sorvegliare. A sei anni Sandrino, il futuro scrittore e poeta, era entrato e non fu facile per lui che veniva dalle coccole dell’amata balia di Galbiate adattarsi a quella disciplina.

Nei discorsi di casa sentivo parlare di “Dame inglesi”. Le immaginavo ragazze della cresima cresciute, in abiti lunghi, con veletta e mantellina, belle, dai modi educati, a parlare una lingua che non era quell’italiano che faticavo a parlare a scuola. “Non le hai viste a passeggio nelle loro divise?”. La scuola raccoglieva ragazze fino alla superiore, di famiglie benestanti che venivano da tutta la Brianza. La fondatrice era una religiosa britannica del tempo di Elisabetta I che aveva pensato all’educazione delle ragazze come Gerolamo Emiliani a quella dei ragazzi.

Percorrevamo l’attuale via Baslini – nome di un politico liberale di Merate, che poi avrei scoperto come promotore della legge sul divorzio, assieme al socialista bresciano Fortuna – fino alla piazza principale, al Castello Prinetti dalla famiglia che lo aveva acquistato. M’incantavo davanti alla torre tonda. Con il naso all’insù contavo i pertugi dei vari piani, i finestroni sotto il tetto nel biancore della pietra, con le rondini che giravano intorno. Settecentesco ma rifatto sulle rovine dell’antica fortezza quando i Della Torre e i Visconti si contendevano il primato di Milano. Giulio Prinetti era stato Ministro degli esteri del Regno d’Italia al tempo di Giolitti.

Si scendeva ai portici e quando la strada riprendeva a salire oltre le bancarelle della frutta io correvo avanti per fermarmi ai cancelli della Villa Belgioioso. Da una parte l’immenso prato, verde e piano all’inizio, poi una rampa verso la collina; dall’altra la casa, qualche macchina, la porta centrale aperta ma non usciva nessuno.

Arrivavo alla Chiesa di S. Ambrogio: “Voi bergamaschi avete Sant’Alessandro, noi Ambrogio; voi a far dondolare il turibolo dell’incenso, noi a farlo girare, il che richiede più abilità”. Ma era la cantilena del dialetto che mi affascinava.

Dalla Chiesa alla casa c’era la strada, allora la principale, quella che conduceva al Ponte di Paderno. Una strettoia ma mi raccomandavano di guardare bene. Si leggeva l’Avvenire, democristiani sfegatati, l’ala riformista e popolare. Sentivo parlare di Milano, del Cardinale, di Montini. Adesso si sente nominare il cardinal Ravasi nato nel vicino paese di Osnago.

Anch’io aiutavo, se capitavo alle feste, nei lavori di chiesa. Vedevo il cugino giovane sul cornicione a mettere lo stendardo rosso, lavoro per chi non soffre di vertigini. Addio sicurezze! curioso di vedere la navata dall’alto tentavo di sporgermi ma venivo rimbrottato e cacciato indietro. C’era serietà, ogni gesto misurato e a tempo debito, sincronizzato per raccogliere le offerte, preparare il fuoco del turibolo, il piviale o l’ostensorio per la benedizione.

Oggi sono venuto per l’ultimo saluto al sacrestano. Mi ha commosso il canto finale, accompagnato dall’organo, “quanta fede nel mio cuore, solo in Dio si spegnerà”, adatto per la persona mite. La chiesa era piena e la gente cantava.

A funzione conclusa e partito il feretro, mi sono azzardato a chiedere al Parroco sulle immagini del patrono Ambrogio. Era una scusa. “Dove, quali? Ce ne sono dappertutto: sul soffitto, dietro l’altare, sul gonfalone nell’altare laterale, e poi la statua nell’altro altare”. Aveva fretta, era indaffarato a mettere le cose a posto: sistemare il messale, spegnere le candele, riporre gli arredi sacri, togliere le offerte o le tovaglie, spostare le sedie, controllare i lumini, spegnere le luci.

Ho rivisto la porticina per entrare in casa, ormai in abbandono. Da qualche anno l’avevano lasciata. Anche le strade sono deserte, qualche vetrina accesa ma non si vedono persone entrare o uscire. E’ il destino dei nostri bei borghi storici?

Link utili:
Comune di Merate
Mangiare a Merate


Leggi anche: Erve, da paese della peste a luogo di villeggiatura dei milanesi

Print Friendly, PDF & Email

Tagged in:

, ,