Non sto parlando di migranti e di accoglienza, ve lo dico subito. Ma leggendo il manifesto della sedicente associazione ambientalista Orobie Vive – chi sono e cosa rappresentano non lo so. La prima volta che li sento, l’ennesima sigla nata per soddisfare l’ansia di notorietà di qualcuno? – pubblicato da Prima Bergamo negli scorsi giorni, si è formata subito nella mia mente l’immagine del safari coloniale, cliché della narrativa sull’Africa da cartolina, con l’uomo bianco estasiato dal ritorno alla natura primordiale del continente nero e indulgente con gli stupidi, ma buoni, servitori neri, of course, che lo circondano. Pronto con la potente Jeep ad addentrarsi indomito nella natura selvaggia per ammirare la fauna della savana.

Ecco questi ignoti, autoproclamatisi ambientalisti, mi sembrano come quei colonialisti d’antan, che salgono con i loro fuoristrada fino alle pendici del Barbellino e attrezzati di tutto punto per una spedizione artica contrattano con gli indigeni della tribù bantu dei Valbundiù alcuni genere di conforto prima di affrontare il cimento escursionistico fino al rifugio prealpino. Da cui ridiscendono dopo aver consumato, rigorosamente con i loro simili, un desco tipicissimo di cui potranno raccontare durante la settimana nei salotti o agli aperitivi sempre entro la cerchia dei navigli, confine della bella ZTL society. Versione gretina ed evoluta della jet set society del secolo scorso.

Ora invece un accenno serioso dopo averli canzonati credo quanto basta. Dire che la montagna non è lo sci è tanto un’ovvietà quanto una cretinata. La montagna, questa l’unica cosa che conta, è di chi la vive e non di chi la consuma come un prodotto, anche se per coglierne lo spirito vero come crede ogni turista presuntuoso. Anzi, fa parte del prodotto che si vende lasciar credere agli sciocchi di averne colto la natura intima, altrimenti il marketing non funzionerebbe bene. Quindi, tornando al punto, e credendo di rivolgermi non agli stupidi: di cosa vive la montagna ne possono parlare solo quelli che la vivono, traendono sostentamento per la propria famiglia e contribuendo ai suoi processi economici e sociali.

Gli altri, se tengono alla montagna, sono graziosamente invitati a portare moneta e preoccuparsi dei problemi della città, che ne ha già abbastanza. Dovrebbero piuttosto, con spirito propositivo invece che preoccuparsi di dire ai montagnini come vivere, fare pressioni sui loro rappresentanti politici di pianura per accettare il principio che godere delle Alpi a due passi da Milano è un privilegio senza prezzo, ma comunque da pagare. Con un trasferimento, un pagamento dei servizi ecosistemici di cui la pianura gode grazie al sacrificio degli sfigati, degli ignoranti, dei vinti che abitano le valli e i monti. Penso di essere stato chiaro, senza giri di parole.

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