Quel Natale cominciò come in un film. Il comandante della missione, Xi Sunhai, aprì il collegamento radio e disse: «Houston, abbiamo un problema». O forse era iniziato qualche istante prima, quando il nostro shuttle si era messo a vibrare e poi a roteare. O forse qualche istante prima ancora, quando il nostro pilota, Francine Moussa Nko, ci aveva avvertito di reggerci a qualcosa perché non le piaceva ciò che stava guardando, prima all’esterno e poi agli strumenti.

«Ci sta venendo addosso», aveva detto Francine. Io le diedi poco retta, perché stavo preparando l’esperimento n. 37 della missione. Dovevo avvicinare opportunamente due scatole trasparenti, ognuna contenente un ecosistema minimo. Nel momento in cui si fossero agganciate, un diaframma si sarebbe aperto e gli insetti che c’erano da una parte avrebbero potuto far visita ai batteri dell’altra parte, e viceversa. Sulla Terra sapevamo cosa sarebbe successo: niente. Perché lo vediamo capitare tutti i giorni. Ma dopo quasi due settimane di bombardamento elettromagnetico e mancanza di gravità l’azienda farmaceutica che aveva finanziato l’esperimento era curiosa di sapere cosa sarebbe successo agli insetti come conseguenza delle possibili mutazioni subite dal genoma dei batteri.

Quando tutto cominciò a vibrare e numerosi segnale d’allarme, visivi e sonori, si scatenarono, lasciai andare le scatole e mi aggrappai a qualcosa. Milioni di anni fa sarebbe stato forse un albero, in qualche foresta primordiale. In quel momento era un maniglione di plastica, all’interno di uno shuttle attraccato alla Stazione Orbitale Internazionale (tutte maiuscole, visto che è al momento l’unica attiva) posta più o meno a metà strada tra la Terra e la luna.

Il botto e i tremolii finirono dopo pochi secondi. Le rotazioni no, sarebbero continuate praticamente per sempre se nessuno fosse intervenuto. Ma noi le sentivamo poco perché eravamo solidali con la Stazione – anche se la Stazione medesima, per come la potevamo vedere, non sembrava più la stessa… era accartocciata, circa.

Francine mi domandò di Sunhai. Il suo compito attuale era di supervisionare che non succedessero casini, sebbene nello svolgimento delle sue funzioni fosse, come dire, sciatto. Soprattutto se paragonato a due perfettini come noi. Nelle dinamiche sociali implicite che scattano nei piccoli gruppi umani, io e Francine eravamo diventati in breve i genitori del pupo discolo.

Sunhai emise un allarme sonoro, o forse una qualche bestemmia nel suo dialetto cinese. Era andato a sbattere da qualche parte, anche se non così forte da riportare danni. «Cosa è stato?» domandò. La teoria di Francine era che un qualche frammento cosmico ci avesse colpito. Forse aveva prodotto danni, ma ci voleva qualche minuto di lettura dati per valutare correttamente. Forse lo shuttle era ancora appeso alla Stazione, visto che stava girando in maniera solidale con essa. Forse qualche schermo antiradiazioni era saltato, perché un segnale acustico continuava a strillare e altri indicatori segnalavano un aumento pericoloso del livello gamma. Il discolo non voleva nemmeno pensarci, e andò alla radio. Io e Francine pensavamo a quale superpotere i raggi cosmici ci avrebbero potuto donare. Se non ci avessero ammazzato prima naturalmente.

Da Houston risposero immediatamente. Qualche allarme stava suonando anche da loro. L’operatore connesso ci chiese solamente un po’ di tempo per capirci qualcosa. Fece qualche nome di colleghi e supervisori che doveva avvertire, si scusò per il disagio. Cioè, ci scusiamo per il disagio…? Nei film mica succedeva così! Nelle sale operative di tutto il mondo c’è sempre un qualche genio con idee grandiose. Almeno consigliarci di indossare la tuta da esterno, no…? Mostrare che ci teneva. No, quell’operatore specifico era troppo immerso nello spirito natalizio, e forse l’avevano lasciato lì di vedetta mentre tutti erano a casa a festeggiare, o forse a curare qualche effetto della pandemia in corso. Bah, non era più il mondo di una volta.

Sunhai si mise a strillare contro gli americani incapaci, usando più o meno l’argomento universale: «Lei non sa chi sono io». Che, nel suo pensiero, non diventava certo: «Io sono il Comandate di una Missione Spaziale, roba che costa Miliardi di volte ciò che lei potrà mai Guadagnare nel corso della sua Miserevole Vita…» bensì: «*** nella mia famiglia ci sono pezzi grossi del governo cinese *** *** *** *** *** sbrigati a tirarci fuori di qui *** *** *** *** ***» eccetera. Al termine della sfuriata, Sunhai cambiò frequenza e aprì un altro canale. Forse non era una procedura ortodossa, ma d’altra parte il comandante era lui. E tra i finanziatori della nostra missione c’erano alcuni suoi parenti, a quanto pareva piuttosto influenti. Io e Francine ci spostammo nel comparto delle tute da esterno, per indossarle il più presto possibile.

Che poi, superpoteri. Francine ne era già dotata di suo. Aveva avuto il suo momento di celebrità quando, nello stesso giorno, si era laureata a Parigi al mattino, era salita su un jet e la sera, ora locale, aveva conseguito un’altra laurea al Mit, a Boston. Quando non era ancora maggiorenne. L’orgoglio dell’Africa, l’avevano definita. Con quelle premesse le era stato facile realizzare il suo sogno di bambina: diventare astronauta.

La mia laurea era più normale, e non soltanto perché conseguita alla Scuola Normale di Pisa (ehm, non una delle più memorabili). Il fatto è che da ragazzo avevo fatto un paio di cose che mi avevano distratto dallo studio: a 17 anni ero diventato grande maestro di scacchi, cosa poco sorprendente in quello sport; a 21 avevo pensato di diventare professionista del poker dopo aver vinto un paio di tornei a Las Vegas, grazie al fatto che avevo imparato a memoria gli algoritmi di un software di gioco – e ne avevo migliorato del 7% le predizioni. Niente di straordinario, solo quasi. Sunhai, in confronto, era solo un figlio di. Un raccomandato. Probabilmente aveva passato la vita a  tentare di rendersi meritevole.

Poche ore più tardi eravamo tutti e tre con un piede nella tomba. Per un motivo che Francine non si spiegava, le radiazioni gamma che ci investivano erano tantissime. «Non può essere il sole» continuava a dire «c’è qualcos’altro che non vediamo». Da Houston continuavano a non farsi sentire, probabilmente per non subire in risposta gli insulti di Sunhai. Mi ero preso il compito di andare a verificare fuori, soltanto pochi minuti sconsolati visto che c’era soltanto un mucchio di rottami. Per fortuna al momento dell’incidente eravamo sullo shuttle, altrimenti saremmo rimasti accartocciati dentro la struttura della Stazione. Quando rientrai ero spossato, il sensore della tuta mi calcolava una temperatura corporea intorno ai 40 °C, ero debolissimo. Sunhai si era spostato nella parte che riteneva più protetta, ma anche lui sembrava stare malissimo. Francine parlava per tutti, dicendo cose non sempre comprensibili. Quei raggi gamma stavano già cominciando a incasinare il nostro Dna. L’attimo dopo ero in una vasca. Avevo la sensazione di galleggiare ma anche di essere sommerso in un liquido caldo. Però respiravo. Se soffiavo un po’ più forte facevo le bolle, ma quando inspiravo entrava soltanto aria. Bello. Sentivo il mio corpo in maniera strana. Leggero.

Dovevo aver perso coscienza per un lungo periodo perché quelli di Houston, con tutta evidenza, erano riusciti a tirarci giù. Vicino alla mia c’erano altre due vasche, suppongo per gli altri dell’equipaggio. Se ero in grado di pensarlo significava che eravamo sopravvissuti. I raggi cosmici non ci avevano uccisi. «Mi sente?» disse una voce. Maschile, amichevole. Forse risposi qualcosa, ma non sono sicuro che fossi in grado. Feci un po’ di bolle, in compenso. «Tranquillo, si sta riprendendo. Ci vorrà ancora qualche… giorno. Voi li chiamate così». Mi disse che dovevo riposare. Lo stavo già facendo. Un po’ di tempo dopo ero sempre nella vasca ma riuscivo a muovermi. Movimenti minimi, ma dove lo facevo il mio corpo… tornava mio. Come se lo indossassi di nuovo come un abito.

Il tipo della voce tornò, e stavolta riuscii a muovere la testa per guardarlo. Era Babbo Natale. Certo. Stavo sognando, con tutta evidenza. Un po’ di tempo dopo ero sempre nella vasca, ma riuscii ad alzare il busto per vedere meglio il tipo. Che era sempre Babbo Natale. Nelle altre vasche c’erano Francine e Sunhai, lui con un colorito parecchio più scuro di come lo ricordavo, sembrava bruciato. Lei invece più chiara. Io pallido come al solito. Tentai di parlare, ma facevo soltanto bolle. «Lo pensi» disse Babbo Natale «va bene lo stesso». Ma forse non andava proprio bene perché io pensavo una quantità di domande e lui non rispondeva. Solo dopo un minuto disse che si era vestito così per evitarmi uno shock culturale. «Nella vostra televisione in questi giorni ci sono molte persone vestite così. Abbiamo pensato che fosse un vostro uso».

Pensai: abbiamo…? e moltissime altre cose, a raffica. Mi rispose che in effetti la sua forma corporea non era quella che stavo vedendo, ma forse non mi sarebbe piaciuto sapere come fosse davvero. «Con questa forma evito che l’ossigeno mi avveleni. E la vostra pressione ambientale mi farebbe bollire». Un po’ di tempo dopo riuscivo a camminare, perché nella stanza dove eravamo, e che conteneva le vasche, c’era la gravità. Quando ero stanco tornavo nella vasca. Ci riprendemmo bene, tutti e 3. Tornammo al nostro colore naturale di pelle. Lui ci disse che il nostro Dna era stato un po’ danneggiato, ma in qualche modo erano riusciti a intervenire per ripararlo. Sentivano di doverlo fare, perché la colpa dell’incidente era stata loro. E tutti quei raggi gamma, pure, erano roba loro.

Un po’ di tempo dopo eravamo nello shuttle. Che era appeso alla Stazione Orbitante Internazionale. Che era intatta. Quando parlammo con Houston, raccontammo tutti la stessa versione, quella che ci aveva consigliato Babbo Natale – dopo che gli avevamo spiegato l’effetto dirompente (per la nostra reputazione) se avessimo raccontato di averlo incontrato dove lo avevamo incontrato. «Ma tutti quelli vestiti così che avete in tv, allora?» domandò. «Sono tutti convinti che tu non esista» rispose Francine «sarebbe uno shock culturale troppo grande per loro se dovessero cambiare idea così all’improvviso». La versione concordata era che un sasso cosmico doveva aver colpito l’antenna, ed eravamo rimasti isolati per qualcosa come 4 giorni e 7 ore. Tempo che avevamo impiegato per capire da soli come risolvere il problema, vista la mancanza di comunicazioni.

Nel frattempo eravamo diventati gli eroi dello spazio, i primi astronauti perduti e poi ritrovati. Quando il mondo si era reso conto del nostro silenzio, e dell’impossibilità di mettersi in contatto, era scattata una corsa a salvarci. Sulle tv globalizzate continuavano a comparire immagini della Stazione riprese da satelliti che passavano nelle vicinanze, e da telescopi puntati addosso, e da astronomi della domenica che in poche ore impararono tutto su come osservare ogni cosa si trovasse entro un miliardo di km dalla Terra (e che permettesse di essere visto, naturalmente). A tutti loro sembrava che non ci fossero problemi, visto che guardavano ciò che Babbo Natale voleva vedessero

Perlomeno fino al momento in cui io e Francine uscimmo dallo shuttle per andare a riparare l’antenna della Stazione – un capolavoro mediatico cui praticamente ogni essere umano assistette, sia in diretta sia in innumerevoli visualizzazioni successive sul web. Dopo pochi secondi la voce di Sunhai, cortese (i suoi urlacci precedenti non risultavano in nessuna registrazione) fu sentita a Houston e in tutto il mondo.  Diventammo famosi, almeno per alcuni giorni. Fummo i protagonisti di un Natale straordinario alla fine di un anno che non lo era stato.


Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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