Viviamo in precarietà e insicurezza, perciò disposti a cedere la libertà. Il Grande Inquisitore (I Fratelli Karamazov, l’ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij) dice a Gesù tornato tra gli uomini e subito arrestato: “Pensavi che gli uomini vogliono essere liberi? Loro vogliono qualcuno cui obbedire; nel gregge si sentono sicuri“. La libertà è minacciata dalla paura. Bisogna reagire, come rispondeva il giudice Falcone in una delle ultime interviste: “Se ho paura? Tutti abbiamo paura, l’importante è non farsi condizionare”.

La libertà è un processo. Nasce e cresce nei momenti che non c’è. Necessita dedizione, è frutto di lavoro. Ci vuole tempo come per i sentimenti. Come per la virtù. Non è arbitrio, secondo i gusti del momento. Elegge dei valori a guida e li persegue instancabilmente. Non si può essere uomini ballerini, ma solidi, senza mentire agli altri e soprattutto a noi stessi. Così nelle scelte si finisce con il non sbagliare, come il grande pittore è necessitato dal suo senso estetico, e se ci sono disarmonie sono volute.

La libertà è consapevolezza. Spinoza dice che gli uomini si ritengono liberi ma si ingannano perché ignorano le cause. Senza coscienza si è in condizione di schiavitù. Come gli uomini nella caverna, prendono le ombre per realtà. Quando capisco non sono più nella caverna. Libero arbitrio è da intendersi come arbitraggio, in senso calcistico: è l’atteggiamento di chi guarda e fischia, decide sulle azioni da fare e non fare. Anche davanti alla morte: consapevoli della propria finitezza.

La libertà è creatività. Sa prendere altre strade, crea il nuovo. Come il filosofo Pietro Martinetti che non giura fedeltà al fascismo e deve rinunciare alla cattedra universitaria e si condanna all’emarginazione.

La libertà è responsabilità (H. Jonas, Il principio responsabilità). Non è capriccio legato all’ego. E’ a favore della giustizia. Risponde perché connesso con gli altri, aperto alla cura del bene comune.

E la paura? E’ un’emozione primaria, di tutti e in tutti i tempi. E’ legata alla nostra fisicità e alla volontà di sopravvivenza. Viviamo questo sentimento in movimento di sistole e diastole, un chiudersi nella paura ed esplodere con rabbia. Se non la controlliamo ci rende schiavi. Si vince con il coraggio, e non è automatico. Non è solo paura per sé. La prima delle paure è per la perdita dei propri cari. Più siamo circondati da affetti più siamo esposti alla paura. Non è necessariamente legata a qualcosa di oggettivo: c’è una paura esistenziale, di non essere all’altezza del ruolo, di non essere riconosciuto. Il bambino ha paura del buio. Si distingue dal timore che può essere positivo. C’è il timor di Dio: l’uomo avverte qualcosa di grande, che lo sovrasta. C’è l’angoscia che paralizza, non fa muovere, si oppone a qualsiasi novità. Come Don Abbondio alla notizia dei Lanzichenecchi in arrivo. E’ il panico, da Pan, il dio raffigurato come demonio.

Quale libertà di fronte alla paura? Conoscendo, si addomestica la paura. Era la massima scritta sul Tempio di Delfi: conosci te stesso. Già scrivendole su un foglio le nostre paure sembrano meno minacciose. La prima virtù cardinale è la prudenza, nel senso latino di prudentia, in greco fronesis, che è discernimento, saggezza. Abbiamo bisogno del coraggio, cor agere, azione del cuore. Non basta la mente che analizza, calcola e sta ferma. Il coraggio è energia, muove, lancia la sfida, non pretende garanzie, si dedica. E’ ciò che ci fa prendere quelle scelte che possono essere il matrimonio o fare un figlio. Evoca lotta, non riferendosi a prove muscolari ma perché va all’essenziale e non si perde nei particolari. Non bada al risparmio. Ci fa guardare in alto, per tener presente i valori, non gli interessi. Accende la scintilla divina che è in noi.


A cura di Mauro Malighetti (sintesi di una lezione di Vito Mancuso, Università di Udine dal titolo “Quale libertà di fronte alla paura?” del 24 novembre 2020 nell’ambito della programmazione di Noesis).

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