Peschiera del Garda una volta equivaleva a carcere militare. Era la minaccia che caporali o sergenti rivolgevano alle reclute per farsi rispettare. “Stai attento perché ti sbatto a Peschiera”. Si finiva qui per violenze, insubordinazione, oltraggio, diserzione.”

C’erano gli obiettori di coscienza, i Testimoni di Geova e vi arrivarono gli obiettori politici contro il servizio militare. Fece scalpore negli anni ’60 la lettera di Don Milani ai cappellani militari: il cristiano è contro la violenza e la guerra, la difesa della Patria si fa con la lotta alla povertà e per la giustizia. Il problema divenne politico. Si concesse il diritto all’obiettore di coscienza, si soppresse il servizio militare obbligatorio. Il militare diventava un mestiere.

La fortezza di Peschiera sembra una stella a cinque punte piantata nell’acqua, circondata dal Mincio che  da varie braccia inizia il suo corso. I bastioni si innalzano, severi, essenziali, a protezione. Non ci sono merlature né finestre magari con inferriate, non addolcimenti con cornicioni, statue o lastre di marmo scolpite. Accediamo da porta Verona, seguendo altri visitatori o vacanzieri in tenuta estiva. Sono  per lo più tedeschi, con i bragoni a mezza gamba, donne con cappello di paglia, famiglie in bicicletta, gente che corre.  C’è già il battello del giro delle mura.

Fu piazzaforte d’armi, e per secoli, secondo il destino che segna i luoghi a motivo della loro posizione geografica.

Da quell’angolo del Garda il Mincio segna il confine tra Lombardia e Veneto. Al proprietario del ristorante chiedo: “voi siete della provincia di Brescia o di Verona?” “Di Verona” risponde secco. Qui passava la strada romana “Gallica” che conduceva dal Friuli a Torino. La tradizione racconta che qui Papa Leone fermò Attila diretto a Roma. Abitata in epoca paleolitica per la copiosa pesca, divenne motivo di contesa in epoca medievale tra imperatore e la Comunità monastica di Bardolino, poi tra i Signori di Milano e gli Scaligeri di Verona. Venezia diede la conformazione definitiva di cittadella fortificata. Assieme a Mantova, Verona, Legnago, fece parte del quadrilatero difensivo dell’Austria padana. Vi si ritirò il generale Radetzky in fuga da Milano, al termine delle gloriose Cinque Giornate, da cui partì per il contrattacco.

Leggo di via e piazza XXX Maggio, un giorno patriottico dimenticato. Oltrepassata la Porta una targa fa memoria del Consiglio di guerra tenuto il 30 maggio 1917 dal Re Soldato Vittorio Emanuele III con gli alleati. Si trattava di riorganizzarsi dopo la disfatta di Caporetto. Sul Piave la ritirata si era fermata, dal Piave sarebbe partita la riscossa e l’Italia dimostrò che sapeva fare anche la guerra.

Da Porta di Brescia si vede un pezzo di spalto franato, il Bastione Feltrin,  durante ilavori di manutenzione. Dall’alto si ammirano il porticciolo, il lago, l’acqua immobile attorno alla fortezza, il fiume che prende la rincorsa e si allunga sotto il ponte dei Voltoni, la Chiesa dedicata al Vescovo di Tours Martino , la piazza delle vecchie parate.

Sul lungolago alberato si guarda il lago da una ombrosa panchina. Accorrono i germani in attesa di un boccone. All’arrivo dei cani al guinzaglio si buttano in acqua, poi instancabili e speranzosi risalgono, un saltello per volta, da un blocco all’altro, per ripresentarsi ostinati all’appuntamento.


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