Esistono luoghi di cui non possiamo fare a meno, dove la qualità umana e ambientale è talmente elevata da essere paragonati a una fonte d’acqua fresca e zampillante di energie interiori. In montagna.



Senza di essi, rimarremmo orfani addirittura di noi stessi, spaesati e incompresi. Sono ritornato oggi alla Roncaglia, assieme con Mirella e Giorgio, dopo alcuni mesi di lontananza, e quell’antica Signora dai lineamenti semplici – pietra e legno, come acqua e sapone – ma puliti ed eleganti, oltre il tempo, mi è riapparsa davanti in tutto il suo splendore. Ne sentivo il bisogno. L’ho amata con lo sguardo e accarezzata con il pensiero. Sono ritornato dentro la storia di quelle vecchie case costruite con pietre finemente cesellate, nella corte a prato che ha visto nascere e crescere generazioni di valligiani, dal Medioevo sino all’età moderna. Sullo sfondo di ponente, in lontananza, il Resegone chiude, come una sentinella sempre sveglia, il bacino dell’Alta Valle Imagna. Sara e Robi hanno riaperto i battenti dell’Antica Locanda Roncaglia, dopo tre mesi di chiusura, a causa della pandemia virale generata da covid-19.

La cucina ha ripreso a funzionare e il praticello antistante, vestito a festa, ha offerto sulla scena del teatro della vita di contrada una nuova inedita rappresentazione, interpretata da una quindicina di attori, ripartiti in due gruppi: noi tre da una parte, mentre una compagnia di lavoratori stava seduta attorno al grande tavolo per la pausa pranzo; provengono dalla Valtellina e sono impegnati per la realizzazione di opere di regimentazione idraulica e di messa in sicurezza del versante montano a Nord della contrada Corna. Ciascuno di noi recitava in quel momento, senza saperlo, la propria parte, quale personaggio di un nuovo capitolo della grande narrazione storica che continua nella contrada. Il livello di benessere, sprigionato dalle energie positive trasmesse da un contesto ambientale davvero speciale e coinvolgente, poneva tutti quanti a proprio agio e favoriva un processo di naturale immedesimazione in una scena di vita familiare, dove si respirava aria di casa, di natura e di storia. Noi, il prato sotto i nostri piedi, le case e le stalle di pietra circostanti, eravamo un tutt’uno, costituivamo un’unità ambientale complessa e la conversazione si rafforzava con i diversi linguaggi sensoriali attivati dalla vista e dall’udito, dal tatto e dal gusto.

Ho goduto di quel che ho vissuto e consumato alla Roncaglia nel breve lasso di tempo di una colazione, dagli effetti rigeneranti tanto nel corpo quanto nello spirito. Davanti a me, oltre il tavolo di portata, ho dialogato intensamente con l’elegante stalletta recentemente restaurata, ancora col tetto il piöde, dall’aspetto ben ordinato, infiorata di gerani rossi, scrigno di memorie e di esperienze, contenitore di storie quotidiane. Anche lei mi guardava, col suo loquace silenzio colmo di meraviglie. Si può ancora trovare l’ispirazione e toccare con mano la bellezza nelle cose semplici e vere.

Durante la colazione nella spettacolare corte dell’Antica Locanda Roncaglia. Giorgio

La preziosa stalletta chiude a mezzogiorno la corte della contrada, come nel cuore delle rispettive case che si affacciano sul comune spazio esterno di vita civile, destinato all’incontro tra le persone. Al di là di quel manufatto, oltre il perimetro della corte un tempo completamente cintata da mura, superati anche i pochi orti rimasti, delimitati da muretti di pietra e circondati da reti, si espande un pianoro ancora coltivato a prato stabile alberato, dove diverse piante di noce, con la grande chioma a ombrello, offrono riparo dalla forte calura estiva ai falciatori di erba impegnati durante la fienagione. Oltre ancora seguono campi terrazzati, selve castanili e boschi. Un sentiero nel bosco conduce alla valletta sottostante, dove i ragazzi erano soliti scendere l’estate per spaciögà en de l’aqua (fare il bagno) nelle pozzette formatesi ai piedi delle diverse cascatelle d’acqua corrente. La pozza costituiva l’alternativa al sòi de l’aqua sö l’èra de cà.

Nella corte dell’Antica Locanda Roncaglia

Il pensiero naviga senza volerlo nella storia del luogo e dei vari personaggi che lo hanno popolato nel passato, dialogando con i manufatti circostanti, mentre Sara, l’entusiasta locandiera, mi richiama al presente con i piatti succulenti di portata: dapprima alcuni grossi ravioloni, impastati da lei stessa, con un ripieno di carne di pecora (una vera delizia!…), poi con una robusta porzione di polenta e lumache con i funghi; al termine non poteva mancare una fetta di stracchino erborinato (Cornèl), accompagnato da una razione supplementare di polenta, prodotto da Francesco, mio figlio, a Recüdì, dove ha sede la sua azienda agricola. “Ecco: qui mi sento come a casa!…”, avrebbe esclamato l’amico Davide Rampello. Giorgio, all’estremità del tavolo, assieme alla polenta ha preferito il cotechino abbrustolito, mentre Mirella, di fronte, ha optato per una soluzione ancora diversa, sempre a base di carne. Sapori dal gusto antico, che nascono dal lavoro dei campi, nei boschi e nelle stalle di questo inestimabile territorio che si apre ad anfiteatro.

Non è più come un tempo, quando nelle famiglie della contrada era già una conquista riuscire a preparare un piatto unico, per saziare l’appetito di tutti i commensali, anzi l’esclamazione di rimprovero della Regiùra non si faceva attendere nei confronti di qualche bambino troppo esigente, che non aveva ancora imparato la lezione: “O te màiet stà menèstra, o te sàltet de la fenèstra!…”. Si diceva anche, in poche parole, ‘ndà en lècc col cül büs! Alla Roncaglia, passato e presente s’incontrano con estrema facilità – il “miracolo” si avvera nei contesti ad elevata qualità territoriale – e la discussione tra ciò che siamo diventati e ciò che eravamo, tra ciò che l’ambiente è stato e ciò che è diventato, anima le riflessioni di ospiti e commensali, i quali vengono spontaneamente invitati ad immergersi nella dimensione rurale del luogo e a lasciarsi catturare dalle diverse sensazioni e stimoli provenienti dal linguaggio delle cose che stanno intorno. Nel prato, intanto, i grilli continuano il loro canto di corteggiamento, mentre il rumore dei campanacci delle vacche al pascolo fanno da sfondo al tumultuoso sovrapporsi di pensieri ed emozioni.

Il fabbricato dell’Antica Locanda Roncaglia vista dall’alto

Archi, portali, iscrizioni lapidee, blocchi di pietra squadrati, ciottoli levigati lungo la mulattiera dall’ininterrotto calpestio di zoccoli chiodati e ferri di muli e asini, richiamano in ogni momento la presenza dell’uomo; lobbie finestrelle, pareti murarie intonacate o con pietre a vista, timpani di case e stalle antiche con loro cappello di legno e piöde ci osservano, trasmettendoci tutta la potenza della vita nella storia; raccontano esperienze nate, cresciute ed esaurite dentro quegli spazi di contrada poi nemmeno così angusti. Quanti bambini quella corte ha visto nascere, quanti amori ha visto crescere, quante lacrime di donna ha asciugato per l’ultimo saluto ai rispettivi uomini in partenza per terre lontane in cerca di occupazione. Quanto lavoro, quante miserie e quante speranze trasudano ancora oggi da quelle pietre, che paiono riposare all’ombra di secoli di storia, nella lotta quotidiana per trasmettere un’esperienza insediativa!

Attualmente il continuo andirivieni della premurosa locandiera e la sua voce, rivolta di volta in volta all’uno o all’altro commensale, hanno sostituito le corse dei bambini nel praticello e le grida delle loro madri che li tenevano richiamati costantemente. Il profumo del cibo di Robi esce con decisione dalla piccola cucina e si espande persino lungo la mulattiera retrostante, allo stesso modo in cui un tempo, söl mesdé, si diffondeva nella corte l’indimenticabile aroma della polenta cotta sul fuoco del camino, mentre la sera nella corte interna si incontravano gli odori delle menèstre de làrd, arricchite da erbe di orto o di prato, provenienti dalle diverse case circostanti, lasciate trotà sö la stüa anche alcune ore.

Ol pòer Tomàso.

Protette da quelle pietre, nascosti negli anfratti meno conosciuti di cantine e solai nelle antiche case, continuano a vivere le anime, come fantasmi, degli abitanti che hanno fatto la storia della contrada, la cui presenza si percepisce nell’ordine urbanistico degli spazi rurali, per la conformazione, la funzionalità e i significati che continuano ad esprimere. Chi scrive ha vissuto la propria infanzia in un’altra contrada, a Canito, l’insediamento più a levante del villaggio di San Simù, con i luoghi e i diversi personaggi che hanno popolato la fantasia e l’immaginario di molti bambini di quel versante dirimpettaio alla chiesetta di San Piro. Ogni contrada aveva le proprie figure caratteristiche, che in qualche modo la identificavano: a Canito c’erano il Barbarosa, ol Polénte e la sò Polentina, la Piuchì, ol Carsàna, ol Segolìna,… Nonostante non abbia conosciuto personalmente e frequentato da vicino gli abitanti della Roncaglia delle ultime generazioni, li percepisco comunque presenti e vicini.

Ecco perché, pur rimanendo sempre seduto al tavolo della Locanda, dal centro del verde giardino, guardando oltre la stalletta, rivedo ol pòer Tomàso, con la gerla sulle spalle, mentre attraversa il praticello; già uomo dai mille mestieri, emigrante e boscaiolo, carbonaio e agricoltore, molti lo ricordano soprattutto quale apprezzato bechèr, per la sua abilità nel preparare ottimi insaccati, ottenuti dalla lavorazione del maiale. Poi mi giro e mi pare di vedere, seduto lì appresso, a un altro tavolo, ol pòer Segretarì, con la fisarmonica tra le mani: sta suonando un delicato inno alla contrada, le sue struggenti note si percepiscono appena, trasportate dal venticello del primo pomeriggio, e diffondono all’intorno sentimenti di attaccamento per un ambiente così raffinato: quelle note prendono la forma di un vero e proprio componimento, si rafforzano e trasformano prima in poesia, poi in un omaggio alla patria antica.

Ol Segretarì con la sua famiglia nella contrada Roncaglia.

Chissà se l’aria di pace e serenità che si respira in questo luogo, così rassicurante e familiare, avvolto dal mistero della bellezza e da sentimenti in grado di trascendere la materia, è lo stesso che, circa seicento anni fa, ha alimentato il soffio vitale degli antenati di San Giovanni XXIII, i quali proprio quassù hanno dato il via a una lunga progenie, sino a giungere al grande ispiratore e autore della Pacem in terris! Ancora: chissà se, prima ancora, in pieno Medioevo, è stato quel Lanfranco della Roncaglia, che compare in taluni antichi documenti, a scolpire i simboli della Passione del Signore sul “cappello” lapideo di una piccola finestrella, più simile a un pertugio, inserita sulla parete a sud della casa torre, accogliendo e tramandando nella contrada la narrazione del Sacro Graal!… Si vivono sentimenti contrapposti di armonia e mistero, di antico e moderno, di bellezza e semplicità, di cose tanto concrete ma cariche di spiritualità e significati non sempre ben definiti!…

Celebrazione della Messa nella contrada Roncaglia alla memoria di San Giovanni XXIII

In poco meno di due orette, durante la colazione, ho viaggiato nel tempo, attraverso i secoli, all’insaputa degli altri commensali, e ho incontrato tantissime persone. Era impossibile tenere a freno il pensiero, che saltava di qua e di là, come un cavallo imbizzarrito o una manzetta appena liberata al pascolo dopo mesi di “reclusione” nella stalla. Basta poco, a volte, per vivere in pienezza anche i momenti apparentemente poco significativi nella loro consueta quotidianità, dai quali spiccare il volo per raggiungere lidi lontani. All’improvviso è comparsa a piedi nudi nel prato Francesca, una bambina in età scolare che abita con la sua famiglia nella contrada; un volto espressivo e sorridente: è di casa alla Locanda. È difficile, al giorno d’oggi, incontrare bambini scalzi, anzi spesso anche i piedi servono per mettere in mostra calzature eccentriche e di ultimo grido. Al giorno d’oggi si cammina a piedi nudi perlopiù solo sulla spiaggia, durante le vacanze al mare. Durante la consumazione del rito delle ferie.

Francesca con Mirella nella corte dell’Antica Locanda Roncaglia

La bella bambina dai capelli biondi mi ha riportato di nuovo alla mia infanzia, nei primi anni Sessanta, quando, nella grande famiglia del nonno, camminare a pì biócc l’estate, tanto dentro casa quanto dal de fò, sö l’èra, e anche nel prato lì appresso, costituiva la regola, un fatto naturale che passava inosservato. Era così e basta. Semmai, in caso di pioggia, potevano accorrere in aiuto ü pèr de sebròcc, uno qualsiasi, che poteva essere calzato da chiunque. Le scarpe vere e proprie si utilizzavano solamente per le occasioni più importanti, come ‘ndà a scöla o a Mèssa, ma la generazione che mi ha preceduto, quella dei genitori, si accontentava anche de ü pèr de zàcoi, confezionati direttamente dal Tata con lègn de bèdola e persino chiodati, per evitare che si consumassero in fretta. Le calzature non erano un bene personale, come succede al giorno d’oggi, bensì di uso comune: passavano di figlio in figlio, senza distinzione di sesso, e, soprattutto nelle famiglie numerose, diversi bambini e ragazzi la domenica attendevano il rientro dei fratelli dalla Messa dell’aurora, per poter recuperare le scarpe e partecipare così ai doveri religiosi della Mèsa granda delle ore dieci.

Le scarpe erano un bene prezioso. Ricordo, come fosse oggi, la discesa da Recüdì sino alla chiesa di Saiàcom, per partecipare alla messa domenicale, durante alcuni brevi periodi di permanenza estiva nella casa bergamina dei nonni materni: la zia, che accompagnavo durante il tragitto calzava abitualmente ü pèr de scàrpe bröte, o de sebròcc, ma oltre alla borsetta portava appresso anche un sacchetto contenente le scarpette belle e lustre della festa, che avrebbe calzato poco prima di giungere in paese, nascondendo drì a ü trüsì quelle brutte; le riprendeva per affrontare la salita nel sentiero sul monte, al termine della funzione religiosa. A quei tempi, in molti casi, ‘ndà a pì biócc en dol pràt a rastelà ol fé, non certo sulla spiaggia a fare il bagno (senza rimproverare nulla ai gitanti), era una necessità. Attualmente, camminare a piedi nudi in casa, dal de fò sö l’èra, o ‘n dol prat, per alcuni diventa una scelta, desiderosi di recuperare una relazione diretta con la natura, attraverso tutte le capacità sensoriali. Ecco che Francesca ritorna per mostrarci un libro d’arte sul Mantegna.

Giuditta e l’ancella con la testa di Oloferne è un dipinto tempera, oro e argento su tavola, attribuito ad Andrea Mantegna, databile al 1495

Trova la pagina con il quadro di Giuditta e Oloferne, che con i suoi fratelli ha interpretato e riprodotto con costumi e tanto di sfondo simile, per fare un compito tra i più entusiasmanti e divertenti in questo periodo di didattica a distanza. Camminare a piedi nudi nel prato fa bene al corpo e anche alla mente e il tappeto ben rasato, ordinato e pulito nella corte dell’Antica Locanda Roncaglia costituisce una sicurezza per divertirsi in libertà e senza pericoli. Le moderne calzature ci isolano dal mondo esterno, respingono il contatto fisico diretto, ci consentono di vivere in un costante stato di sospensione e distacco dalla realtà. Ovviamente non si può fare diversamente, ma almeno ai bambini sia concesso di sperimentare le sensazioni di vita e di libertà scatenate da una corsa a piedi nudi nel prato, quando anche gli studi scientifici sostengono che il movimento a piedi nudi favorisce la circolazione, riduce il gonfiore e la sensazione di affaticamento degli arti inferiori, poiché è come se la natura stimolasse forze ed energie personali, fisiche e psichiche.

Camminare a pì biócc nel prato è come inserire la “presa della corrente” del nostro corpo direttamente nella grande rete della natura e dell’umanità intera, dagli effetti rigenerativi, per fare il pieno di nuove energie vitali. Diventiamo un tutt’uno con la natura, anzi ne costituiamo il suo prolungamento, e, dalla pianta dei piedi, partono le diverse percezioni: si sente il calore trasmesso dalle piöde del lastricato riscaldate dal sole, le sconnessioni dell’antica cavalcatoria ressölàda, fanno persino male le estremità appuntite dei piccoli grani di ghiaia distesi sulla parte di mulattiera rimasta sprovvista di ciottoli; non più abituati, tutto questo ci rende instabili, ma, una volta superato il prestigioso portale ad arco, che immette nella corte della Locanda, ci si lascia piacevolmente accarezzare dal verde e soffice tappeto d’erba, in grado di farci riacquisire il gusto della semplicità della vita. Provare per credere.



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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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