Aspettavano il miracolo a San Giovanni Bianco. In quel paese del bergamasco, cresciuto negli ultimi quarant’anni come un rampicante tenace sui due versanti del fiume Brembo, si attendeva che la Sacra Spina, appartenente alla corona di Cristo, conservata in un reliquiario nella chiesa parrocchiale, potesse, in punta, inumidirsi di sangue. Invece niente. Il prodigio non si è verificato nonostante i calendari del 2005, alla data del 25 marzo, riproponessero una sovrapposizione di eventi di fede (il Venerdì Santo che combaciava con l’Annunciazione) ritenuta propizia dalla devozione popolare per il tingersi vermiglio delle spine di Cristo (un centinaio) disseminate un po’ ovunque lungo la penisola. Sotto gli occhi attenti di una speciale commissione nominata ad hoc dall’allora Vescovo bergamasco, Monsignor Roberto Amadei, la Spina di Cristo è restata tale e quale. Forse un piccolo imbrunimento verso la cima, ma così insignificante da non potersi definire miracolo.

L’attesa di tanti cittadini, pellegrini e curiosi di fronte ai deludenti comunicati ufficiali della commissione s’è svilita come le fiamme esauste dei lumini tenuti accessi alle finestre del paese per una settimana intera, come il piglio gagliardo dei falò alimentati sulle balze circostanti. San Giovanni Bianco raccolse il dispiacere di un’inutile attesa rimandando la speranza del miracolo al 2016 nel quale,ancora una volta, la Passione di Cristo cade nella memoria dell’Annunciazione. Senza dubbio anche quest’anno l’attesa è forte. La preparazione all’evento è sempre molto partecipata. La speranza del prodigio è viva. Il suo avverarsi può essere un segnale forte per diffidenti e titubanti “anche se – dicono i sacerdoti – occorre andare avanti fiduciosi nella consapevolezza che il vero miracolo è l’Eucarestia che si celebra ogni giorno alla mensa del Signore“.

Certo una riflessione che nessun cristiano potrebbe sconfessare, ma che indubbiamente nel 2005 ha lasciato una traccia di delusione in quanti confidavano nell’evento, rifacendosi spontaneamente nella memoria al miracolo del 1932 quando il medico comunale, dottor Bianchi, rilevò sulla Sacra Spina, come recitava la sua perizia, «una macchia rossa sanguigna, viva e umida che tendeva a dilatarsi in alto, visibile a occhio nudo a un metro di distanza». Anche se il prodigio fu ufficializzato dal Comitato scientifico e dal quel «evidente, evidentissimo» pronunciato dal naturalista Moretti, un fanciullo dell’asilo, di appena sei anni, afferma ancora oggi, di non aver visto nulla, ovviamente colto dalla forte emozione, nonostante le suore si prodigassero a puntare il dito verso “l’essudazione sanguigna” della reliquia.

Anche nel 1932 il Venerdì Santo coincideva con l’Annunciazione del Signore e nella comunità parrocchiale, da oltre un anno, si assisteva a opere di pietà collettiva e pubblica a tempo fisso per le quali si distinsero in maniera particolare per fervore e costanza i membri delle fiorenti associazioni cattoliche. Il miracolo, settantatre anni fa, non avvenne il Venerdì Santo bensì il giorno di Pasqua. Il curato don Taramelli salito al tronetto dell’esposizione notò il cambiamento della reliquia e non potè trattenersi dal comunicarlo ai cinquecento fedeli radunati in preghiera. «La Sacra Spina – riportano le cronache dell’epoca – presentava, quasi rasente alla frattura nella parte inferiore, una striscia di color sanguigno vivo, a forma di fiamma rovesciata con la punta in basso, della lunghezza di millimetri 8-10 e della larghezza di millimetri due».

Dal Miserere si passò al Te Deum. L’entusiasmo della popolazione diventò all’istante incontenibile. La notizia del miracolo passo di bocca in bocca, veloce come un fulmine, nel centro della borgata, da Palazzo Boselli fino alla casa dell’Arlecchino nella contrada di Oneta, ai Paninforni di Creala che a distanza di tanti decenni conservano nei cassettoni di legno massiccio copie ingiallite dei giornali dell’epoca. Una staffetta di auto arrivò ad avvisare i vescovi Marelli e Bernareggi. Dalle montagne disseminate di minuscoli abitati accorse la gente destata dal festoso scampanio della notte, portando con sé lampade e fiaccole accese. Tra le caratteristiche particolari ed esclusive del prodigio della Sacra Spina di San Giovanni Bianco nel 1932, in confronto con i prodigi della altre Sacre Spine venerate in Italia, si evidenziano la sua lunga durata e le diverse modificazioni di configurazione e di colorazione, che la Sacra Spina assunse dal 27 aprile a tutto l’agosto del 1932.

La devozione alla Sacra Spina in Valle Brembana vanta origini antichissime. Fin dal V secolo San Paolino da Nola, pellegrino in Terra Santa nel 409, attesta che la corona di spine di Cristo era custodita a Gerusalemme. Nel 1063 fu trasferita nella cappella imperiale di Costantinopoli, poi, dopo la conquista da parte dei crociati, venne venduta a San Luigi IX, re di Francia. Nel 1239 fece il suo solenne ingresso nella Sainte Chapelle di Parigi, appositamente costruita. Una parte di quella reliquia, divenuta vanto dei francesi, fu portata in Italia da Carlo d’Angiò. Durante la battaglia di Fornovo sul Taro (combattuta dalle truppe delle città italiane contro il re di Francia Carlo VIII sceso in Italia col pretesto di ristabilire l’autorità francese sul regno di Napoli e con la precisa intenzione di imporre la propria egemonia su tutta la penisola), un tale Vistallo Zignoni, il 6 luglio 1495, prese parte di un drappello di balestrieri nell’esercito del marchese di Mantova Francesco Gonzaga. Approfittando della bagarre bellica, Vistallo Zignoni e i suoi soldati penetrarono nell’accampamento nemico, fecero prigioniero un valletto del re e si impadronirono di un ingente bottino affidato alla sua custodia. L’impresa fu relativamente facile, poiché i bagagli reali erano già caricati sui muli, dal momento che l’esercito francese era stato attaccato mentre era in assetto di marcia.

Quando fu il momento di spartirsi il bottino, lo Zignoni si trovò per le mani un cofanetto contenente un prezioso reliquiario dove erano allineate tutta una serie di reliquie della passione di Cristo, tra cui un pezzo della corona di spine. Il mercenario, che non era uno stupido, capì l’importanza di quel tesoro devozionale e pensò bene di servirsene per tornare a San Giovanni Bianco dal quale era stato espulso per aver, tempo prima, commesso un delitto. Procuratosi un salvacondotto, riuscì a recarsi a Venezia e a farsi ricevere dal doge Agostino Barbarigo e dai membri del Senato, ai quali consegnò il prezioso cofanetto. In cambio ottenne una serie di favori: un lauto rimborso spese, una rendita vitalizia per sé, per il padre e per ciascuno dei suoi due fratelli e una  cospicua provvigione per avviare il figlio primogenito alla carriera ecclesiastica. Il bando di estromissione dai territori della Serenissima Repubblica, conseguenza dell’omicidio, non gli venne levato, ma solo sospeso per un periodo di… cento anni!

Non sono note le circostanze nelle quali una delle spine della corona arrivò a San Giovanni Bianco. Forse furono le stesse autorità venete a concederla allo Zignoni, o più probabilmente fu lui stesso ad impadronirsene di propria iniziativa, prima di consegnare il cofanetto al doge, e a concederla in dono alla sua Parrocchia. Si ritiene che la sacra reliquia fosse già a San Giovanni Bianco alla fine di quello stesso anno, il 1495. Tuttavia la prima testimonianza ufficiale della sua presenza nella chiesa parrocchiale è posteriore di una quarantina d’anni ed è registrata negli atti della visita pastorale del vescovo di Bergamo Pietro Lippomani del 1536. Nell’elenco degli arredi sacri della parrocchiale viene infatti indicato “un bellissimo reliquiario ricoperto di damasco, contenente una spina della corona di Nostro Signore”. Anche successive visite pastorali, compresa quella apostolica di San Carlo Borromeo del 1575, confermano la presenza della reliquia, la quale nel frattempo era divenuta oggetto della venerazione popolare. Numerose sono state le grazie speciali ottenute da chi per devozione pregava con fede autentica la preziosa reliquia come attestato da documenti autentici che si conservano ancora oggi nell’archivio parrocchiale. Tra i devoti molti emigranti di San Giovanni Bianco in Argentina, Francia, Belgio e Svizzera.

Come riporta il volume “La storia della Santa Spina”, scritta da don Remigio Negroni, nel maggio del 1878 partiva da Buenos Aires Milesi Gottardo per ritornare in Italia insieme a Milesi Santa. La traversata fu infelicissima sia per la continua burrasca che accompagnò il bastimento, sia per il fortissimo mal di mare che soffrirono i passeggeri. All’11 si sollevò un fortunale così terribile che fece temere per la sorte della nave. «Ma avendo invocato – riporta l’autore – la sacratissima spina e fatto voto di far cantare una Messa ad onore della medesima Santa Reliquia se aveva grazia di giungere a terra, non solo vide tosto abbonacciarsi il mare, ma sentirsi liberò anche dal male, sicché potè giungere felicemente al porto di Genova». «I fratelli Antonio, Giovanni, Celeste Grattaroli – scrive ancora don Negroni – s’imbarcarono a Marsiglia a mezzogiorno nell’ottobre del 1881 alla volta di Genova. Appena usciti dal porto incominciarono a soffiare i venti e sconvolgere le acque in modo orribile e dopo dodici ore di burrasca il bastimento andò ad urtare contro uno scoglio e si aperse, sicché le acque entrarono nel naviglio. In mezzo alle tenebre della notte, allo scompiglio delle onde, alle grida disperate dei naviganti, i fratelli Grattaroli invocarono con tutta fiducia la SS. Spina e fecero voto di far cantare una Messa al suo altare se andavano salvi dal naufragio. Furono esauditi, poiché sull’istante cessò la burrasca e poterono ritornare indietro e riparare al porto di Marsiglia tutti sani e salvi».

Le cronache attestano anche un certo Girolamo Milesi, di 24 anni, che si trovava un giorno a raccogliere fieno vicino al Precipizio dei Frati in Val Taleggio. Come ebbe legato il suo fascino coll’intenzione di collocarlo sulle spalle, forse il peso eccessivo, forse per il precario equilibrio, cadde e cominciò a rotolare a valle. Invocò la SS. Spina e all’istante gli sembrò che una forte mano lo reggesse e lo fermasse. Si guardò attorno e non vide altro di lì a pochi passi la voragine che si apriva. Spaventato si ritrasse piano piano e si raccolse in disparte a ringraziare il Signore e la Sacra Spina dell’evidente miracolo che lo salvò da morte certa.




Il programma:

Venerdì 11 marzo 2016:
ore 20.30 –> Via Crucis animata dai giovani della Valle Brembana partendo dalla chiesa di San Rocco
Sabato 12 marzo 2016:
ore 9.30 –> Santa Messa celebrata da don Luigi Manenti
ore 16.00 –>Apertura delle celebrazioni con don Diego Ongaro ed esposizione solenne della reliquia
ore 18.00 –> Santa Messa presieduta dal vescovo di Lodi, mons. Maurizio Malvestiti
ore 20.30 –> musica itinerante con la Banda di San Giovanni Bianco
0re 21.30 –> fuochi d’artificio, bancarelle e Luna Park
Domenica 13 marzo 2016:
ore 7.00, 8.00, 9.00 –> Sante Messe
ore 10.30 –> Santa Messa pontificale presieduta dal cardinale Dionigi Tettamanzi
ore 15.00 –> processioni per le vie del paese
ore 18.00 –> Santa Messa di chiusura con l’abate di Pontida, padre Giordano Rota

Print Friendly, PDF & Email

Autore

Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

Vedi tutti gli articoli