Dopo i primi mesi funesti del 2020 (anno che rimarrà probabilmente nella storia come il 1630 di manzoniana memoria per la peste bubbonica) che hanno visto Bergamo e la sua provincia sprofondare nella paura e nell’ansia di vivere per una pandemia diffusasi più o meno rapidamente in tutti i continenti, ma che ha trovato (non certo per caso) l’epicentro mondiale proprio nel nostro territorio, le nostre autorità politiche hanno pensato bene di celebrare (sottolineo celebrare e non, come sarebbe stato più logico ancorché opportuno, commemorare) tanta tragica esperienza con un evento musicale.

Niente di più adeguato si dirà. Certo. Se il tutto fosse rimasto entro i parametri congrui di un omaggio funebre e compassato che tale cerimonia richiedeva. E, aspetto ben più rilevante oltre che fondamentale, se protagonisti della cerimonia fossero stati i parenti delle quasi 6000 vittime i quali avevano già pagato un prezzo altissimo al momento del ricovero in ospedale dei propri cari poi deceduti. Per ovvie ragioni sanitarie e di contagio non è più stato possibile per loro non solo rivedere madri, padri, fratelli e congiunti vari ma addirittura nemmeno seppellirli con un minimo funerale. Tanti infatti sono stati portati via nottetempo per la cremazione su camion militari verso destinazioni non conosciute. Una simile inafferrabile e terribile motivazione avrebbe dovuto imporre senza il minimo ripensamento alle autorità (mai termine è risultato più distante e lontanissimo dal sentire reale) l’obbligo di porre al centro della cerimonia quei parenti così ingiustamente colpiti dalla tragedia di una morte assurda quanto “colpevole”.

Eh sì. Quelle stesse autorità (in primis quelle regionali con il presidente Attilio Fontana e l’assessore competente – mai epiteto suona ironico – Giulio Gallera) hanno invece preferito, bontà loro, prendere al balzo l’occasione per mettersi in mostra con tanto di invito al Presidente della Repubblica e escludere la presenza dei parenti per innominabili e ingiustificate ragioni di sicurezza e distanziamento. Innominabili e ingiustificate perché svolgendosi la cerimonia nell’amplissimo piazzale del cimitero monumentale di Bergamo esisteva tutto lo spazio per accogliere, oltre a tutti i sindaci doverosamente presenti, anche buona parte dei più diretti interessati.

Invece il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha preferito mettersi in vetrina con il Presidente davanti alle telecamere di RAI 1 in diretta per appagare ancora una volta la sua mania di protagonismo. Lo stesso Gori che a inizio pandemia aveva preferito minimizzare il pericolo di contagio invitando i Bergamaschi a uscire di casa e frequentare i ristoranti. Inammissibile coraggio per un primo cittadino sfilare avendo alle spalle tanta irresponsabile responsabilità, consapevole che altri suoi colleghi in altre ben più responsabili provincie avevano invece chiuso subito il proprio territorio con opportune zone rosse. I cittadini normali, insieme ai parenti colpiti dai lutti sperano ora nelle indagini della magistratura scesa decisamente in campo per accertare fatti e responsabilità.

Tornando alla cerimonia del cimitero va anzitutto sottolineato che la presenza del Presidente Sergio Mattarella ci ha onorato tutti con le sue sentite e sincere parole, apparendo il più compassato e autentico fra coloro che avevano preso l’occasione per una passerella in vetrina. Proprio l’opposto del direttore artistico del teatro Donizetti Francesco Micheli che ancora una volta non ha resistito a prendere Donizetti aSfruttare Donizetti per il Covid. Un’occasione sprecata pretesto per autorappresentarsi e imporsi alla attenzione dei media. Infatti nel preciso istante in cui principiava la musica di Donizetti (ché tra l’altro era il vero interesse della serata con la sua Messa da Requiem, questa sì unica adeguata e giusta alla cerimonia) ha pensato bene (con gesto offensivo e pochissimo nobile) di far concentrare su di sé l’attenzione di tutti ma soprattutto di quella tanto cara a lui della televisione, per declamare dall’alto (eretto sopra tutti e sopra tutto) una prosa manzoniana peraltro non proprio aderente al luogo, al tempo e allo spazio.

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