Al solo sentir parlare di Superlega la maggior parte degli osservatori (e delle persone coinvolte) ha pensato ai soldi. E così quasi nessuno ha parlato di cosa significa, per uno sport, generare una Superlega: aumentare di molto la qualità del gioco. Dal punto di vista tecnico proprio, oltre che dello spettacolo agonistico

Il progetto riguardante il calcio è stato reso pubblico nella nottata di domenica scorsa 18 aprile, e ha ricevuto una tale quantità di critiche da perdere per strada praticamente tutte le 12 società fondatrici – a parte le più ostinate: Real Madrid e Juventus.

Tanto si disse e tanto si criticò che già ieri mercoledì 21 il progetto sembra essere stato cancellato.

A quasi tutti gli appassionati di calcio (allenatori, giocatori, ex giocatori, tifosi di ogni ordine e grado) e a quasi tutti i dirigenti (delle grandi istituzioni mondiali come Fifa e Uefa, delle società grandi, medie e piccole – senza dimenticare politici di molti governi e opposizioni) il progetto è sembrato pessimo. Nient’altro che una «fiera dell’avidità», come ha sintetizzato il giornalista (uno dei tantissimi che ne hanno opinato) Andrea Di Caro su la Gazzetta dello Sport cartacea del 19 aprile.

Perché una caratteristica comune alle società ideatrici è che sono ricche, con fatturati anche miliardari grazie alle centinaia di milioni di appassionati che le tifano e guardano le loro partite in televisione. Poi sono anche vincenti, con decine di scudetti e coppe nelle loro bacheche.

Ma sono anche indebitate: 3 di esse per più di 1 miliardo di euro, la più «sana» per 125,4 milioni. Con la Superlega avrebbero ricevuto a fondo perduto 3,5 miliardi dalla banca d’affari J.P. Morgan, più una parte dei 4 miliardi annui di proventi previsti.

Troppo ricchi. Troppo avidi. Troppo.

Una direzione verso la quale quasi nessuno ha guardato è quella della qualità del gioco.

La Superlega sembra una cosa soltanto di soldi, di ricchissimi stipendi, di pubblicità sparpagliata a pieni schermi televisivi.

Ma negli sport dove si è fatta, per esempio il baseball, il basket, il football, l’hockey su ghiaccio – quel che ne è risultato in pochi anni è stato un miglioramento esponenziale del gioco. Della sua qualità, della velocità, della precisione. Della bellezza delle azioni, dei singoli e di squadra.

L’esempio clamoroso è stato quello del basket. Prima dell’Olimpiade di Barcellona 1992 si diceva che la Nba, la Superlega statunitense, fosse un campionato molto forte, ma non c’erano controprove. Così quell’anno la nazionale degli Usa, il Dream Team, fu formata anche con i più affermati giocatori della Superlega (gente come Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan – qui la pagina dedicata della Wikipedia, al link: https://en.wikipedia.org/wiki/1992_United_States_men’s_Olympic_basketball_team).

Nel torneo olimpico vinsero tutte le partite con almeno 32 punti di scarto. Erano troppo i migliori, potevano giocare troppo bene.

Tuttavia non è soltanto una questione statunitense. Nella Nba ci sono più di 100 giocatori stranieri, per non parlare degli allenatori e delle figure dirigenziali.

Una Superlega, con il tempo, diventa punto di riferimento globale. Attira le persone di qualità e consente loro di competere sempre al massimo livello che possono. Senza peraltro «ammazzare» quelli che giocano negli altri campionati, quelli «minors». Nel baseball il fenomeno è eclatante, con letteralmente decine di migliaia di giocatori coinvolti nei vari livelli.

Una Superlega è indubbiamente un fenomeno economico. E però è anche altro: semplicemente il meglio possibile in un certo ambito. Si installa alla frontiera delle possibilità umane e lavora per espanderle.

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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