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Mauro Malighetti

Riflessioni sui concetti di uomo e identità scaturite dalla lettura del libro del filosofo Eugenio Lecaldano dal titolo Identità personale, editore Carocci, 2021.

Partiamo da Cartesio

Da sempre la filosofia si è interrogata sull’uomo. La risposta che si dava nel Rinascimento – l’uomo esecutore di un disegno di Dio da lui posto a governare il creato – non è più quella del nostro tempo. Cartesio restrinse la sua indagine all’”io penso”, che resiste a tutti i dubbi. L’uomo ha la mente e con gli altri viventi condivide il corpo che è come un meraviglioso meccanismo. Non riuscì però a spiegare come così diversi i due, corpo e mente, stiano insieme, tanto che certi filosofi, come Hobbes, consideravano l’uomo soltanto materia e materialisti furono detti. Si diede risalto alle emozioni. Le passioni risvegliano, muovono, trascinano il corpo. Il rischio è di perdersi nel caos delle emozioni e non sapere che direzione prendere.

Locke fece leva sulla consapevolezza. La consapevolezza è un movimento del pensiero; come la spola del telaio va avanti e indietro dall’azione alla riflessione, consolidando la propria identità. Facendo esperienze costruiamo quel che siamo e ne siamo responsabili. L’uomo illuminista si sentiva individuo consapevole e responsabile.

Rousseau, Hume e Diderot

Nella società di corte e dei salotti Rousseau fu preso, suo malgrado, da sentimenti contrastanti, di odio e amore, di gelosie e invidie, di orgoglio e vergogna. Alla ricerca di riconoscimento trovava approvazione e disapprovazione. L’io è un costrutto sociale. Si dovette adattare o, in difesa della propria autenticità, si vide spesso costretto alla fuga e alla solitudine. Hume, più ottimista, sottolineò la simpatia. Siamo mossi gli uni verso gli altri. La società fa bene, ci sostiene e conforta. L’immaginazione ci sostiene, aggiungeva Diderot, perché ci immedesima negli altri. E’ una virtù sociale, quella che porta il pubblico a fremere per il funambolo sulla corda. Fu poi chiamata empatia.   Stuart Mill e più ancora Bergson approfondirono il tema della memoria. La memoria ci raccoglie, ci tiene insieme. Riandiamo al passato che rivive nel presente per proiettarci nel futuro.

L’uomo animale di Nietzsche

Alle soglie del Novecento Nietzsche sentenziò sull’uomo: “L’uomo non è né spirito né ragione, né pensiero né anima né volontà né verità, ma animale che prospera in relativa regolarità”. Ormai nel pieno della rivoluzione scientifica il panorama filosofico si andava frantumando e ancora una volta cambiava il rapporto dell’uomo con il mondo e la percezione di sé.

E’ cambiato il nostro rapporto con gli animali. Non siamo anche noi il ramo di un cespuglio intricato cresciuto tra i mammiferi? Non è forse cambiato il nostro rapporto con i cani o i gatti, sempre più indispensabili animali di compagnia? Non hanno anche loro una individualità, un linguaggio, delle emozioni, una memoria, un cervello?

L’avvento delle neuroscienze

Abbiamo scoperto che il cervello è plastico, si allena come i muscoli e viene plasmato dal nostro lavoro. Ciò che penso e vivo dipende dal cervello, dalla complessità e dalla struttura dei neuroni. Abbiamo scoperto e classificato il Dna alla base dell’essere vivente. Ne dipendiamo, lo manipoliamo, sappiamo che influisce sul nostro comportamento. Qualche giudice ne tiene conto nelle sentenze.

L’uomo non è completo ma in divenire. Niente di assoluto. Non abbiamo una natura fissa cui riferirci. Sono rivisti i confini della vita, le modalità di entrata e di uscita, con l’aiuto della medicina. L’identità di genere si sceglie, accordata ai vissuti dell’io e al benessere della persona. L’identità è un fatto culturale. Le credenze cambiano. Costruiamo il nostro “IO” narrandolo continuamente a noi stessi e agli altri. Siamo noi che scriviamo per primi la nostra biografia.

Dunque? Sembra che la filosofia navighi a vista. Si sono perse le domande di Kant: “Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Cos’è l’uomo?

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