Questa mattina abbiamo dato l’ultimo saluto al Vescovo Lino Belotti. Non so per quale motivo, però per molti anni del mio ministero ho avuto modo di stare vicino a alcuni Vescovi della nostra Diocesi. Ho conosciuto monsignor Gaddi, il quale si lamentava che io non sapessi cantare in latino. Poi l’ho incontrato per il cinquantesimo di monsignor Fermo Rota, il mio primo parroco, e ricordo il suo bacio. E’ stato un vescovo discusso mons. Clemente, che però ha traghettato la nostra comunità diocesana nel periodo del Concilio Vaticano II. Poi è arrivato Oggioni. Io ero seminarista. Quando arrivava in Seminario si capiva che arrivava il Vescovo. Da seminarista ascoltavo le sue omelie in Cattedrale, mai scontate, una grande competenza nella teologia patristica… un uomo, un prete, un vescovo…. Ho avuto a che fare con lui nei primi anni del suo pensionamento e ricordo che mi disse un giorno: “Conservare la fede è il compito del cristiano“. Chi ha conosciuto monsignor Oggioni sa bene quanto avesse a cuore il ruolo del Vescovo. Un giorno, lo incontrai in estate in Valle Seriana. Ammalato… Mi disse quella frase: “L’importante è custodire la fede del Battesimo“. Non ebbe vita facile a Bergamo monsignor Oggioni. Io però ritengo che fu un grande Vescovo della nostra Diocesi. Non ebbe la possibilità di ordinarmi sacerdote, era stato colpito da malattia, venne Martini a ordinarci preti. Io però ho sempre pensato che mi abbia ordinato lui, come d’altra parte lui ci chiedeva nel messaggio letto all’inizio della mia ordinazione.


Quando venne nominato Vescovo di Bergamo monsignor Roberto Amadei, fu una grande gioia per il Seminario e anche per me. Ero vicerettore del Ginnasio, addobbai le finestre della mia comunità con fiori in occasione dell’ingresso del Vescovo Roberto. Roberto per me è stato un amico. Diceva sempre: “Prima che arrivi don James vedi il fumo della sigaretta“. Lui sapeva che io non sono un prete facile, però mi ha sempre voluto bene, mi ha addirittura gettato nella pastorale universitaria, radunando in me quello che prima facevano tre preti. Ho fatto quello che potevo. Il Vescovo Roberto pensava già molti anni fa alla pastorale dei giovani. Una volta mi disse che di queste cose aveva parlato con i suoi collaboratori. Pensieri inascoltati. Mi disse che un Vescovo spesso doveva obbedire. Riferisco, non giudico. La sua intervista a l’Eco prima di andarsene ne è testimonianza. Lui mi ha dato la possibilità di studiare e il via libera per il dottorato di ricerca. L’ultima volta che l’ho visto e mi hanno consentito di vederlo, mi disse che potevo pensare di insegnare in Università. La cosa poi è avvenuta senza che io abbia dovuto chiedere. Lo penso sempre come un compagno di cammino. In questa storia ci sono due persone: due Vescovi ausiliari, Angelo Paravisi e Lino Belotti. Il primo l’ho frequentato poco. Avevamo amicizie comuni a Alzano Maggiore di cui lui era stato parroco e io curato. Con il secondo ho vissuto in comunità per nove anni…. Un prete buono, povero, incosciente, insofferente verso i potenti. Alla sera certe volte ritornavo tardi e lo trovavo spesso in cappella con la testa tra le mani, soprattutto quando c’erano problemi con i preti e non solo. Non dimenticherò mai il suo sorriso, mi ha accompagnato quotidianamente per molti anni.


Ormai la mia vita da prete ha un tempo considerevole, sono 31 anni il prossimo 20 giugno. Una cosa voglio dire al nostro Vescovo Francesco, ho capito perché Papa e Vescovi vengono vestiti di rosso. Sono dei martiri, vale a dire dei testimoni e lo sono insieme al loro clero. In questi anni molti preti sono state le vittime che noi abbiamo dovuto pagare per il cambiamento del mondo. Sarebbe difficile farne un elenco completo. Io ricordo molti preti amici di cui avevo una grande stima. Io stesso ho vissuto momenti difficili e ritengo che essere preti e vescovi oggi sia una grande prova. Pregherei di non nascondere questa verità della storia con pensierini tipo “com’è bello essere prete”, perché essere prete è bello, certo, ma ne va della propria vita. Lo dico a tutti i miei confratelli, gioiamo e soffriamo insieme. Il sorriso di don Lino e di don Roberto emergeva da una grande sofferenza, anche da gioie, ma queste persone hanno veramente messo la loro vita al servizio della chiesa. Non sono eroi, semplici cristiani chiamati a un servizio ultimo, dal quale è difficile ritrarsi, proprio come Gesù non si è ritratto. Carissimi amici preti, la strada è difficile, però, se diventiamo come i vescovi che ho citato, ne vale la pena: pieni di limiti, ma generosi e irreversibilmente donati alla propria comunità. Io ho visto e testimonio.


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