Sono stato invitato (lo ammetto: giusto e opportuno) dalla mia redazione a cambiare tono e contenuto dei miei (monotoni?) articoli. Invitato intelligentemente a riferire di musica, che sarebbe poi la mia materia, di critica musicale e soprattutto di iniziative (concerti) belle e positive. Giuro, ho passato tutta la settimana spronato mentalmente a seguire con convinto entusiasmo le opportune indicazioni. Mi sono scervellato. Ho cercato sulla stampa e sui social un indizio, uno spunto anche piccolo di qualche proposta sonora di interesse e di rilievo. Niente. Ed è fin troppo facile spiegarne il perché: Covid-19.

Pertanto devo deludere i miei 25 lettori, obbligati (se lo vorranno) a sorbirsi la mia ennesima denuncia sulla enigmatica gestione della stagione musicale del massimo teatro cittadino, freschissimo di restauro, intitolato al grande Gaetano Donizetti. Tant’è. Mio malgrado! Credetemi!  Ma non passa settimana che l’inesauribile elefantiasi dell’ego del suo direttore artistico Francesco Micheli, peraltro incontrastata e favorita dalle autorità politiche competenti, oltre che dalla pochezza (in termini di competenza) da parte del suo “entourage”, ci sforni l’ennesima trovata.

Credendo così, credo anch’io, che un teatro rinnovato meriti di continuo il suo coup de théâtre, con al centro il suo capo artistico. Ma, domanda, ne è davvero il capo artistico? Piccolo particolare: il teatro DONIZETTI non ospita solo musica, meglio lirica. Anzi su 365 giorni in un anno le serate destinate alla lirica (unico compito delegato al direttore artistico Micheli) sono una “miseria”: circa una decina. Poi altre circa 15 serate musicali del Festival pianistico internazionale (organizzato e gestito da privati) e pochissimo altro. Per il resto il grosso dell’attività teatrale è occupato dalla stagione di prosa sempre di alto livello e con ben un centinaio di serate aperte al pubblico. Stagione di prosa che, ovviamente, vanta un proprio e specifico direttore artistico di cui pochissimi bergamaschi ne conoscono l’esistenza e addirittura il viso, per essere proprio l’opposto del suo “minoritario” (rispetto alla “prosa” s’intende) collega musicale che appare invece a più non posso su TV e giornali locali. I quali, non si sa perché, riservino poche righe e ancor meno “immagini” al direttore artistico della stagione di prosa (Maria Grazia Panigada) mentre con il “nostro” Micheli pare proprio che l’apoteosi di paginate a suon di foto e di interviste non conosca soste.

Davvero non si capisce una sproporzione così evidente, a parità di incarichi culturali. Con il valore aggiunto di audience che la prosa presenta in modo assai più rilevante rispetto alla lirica. Per non dire del grande numero di giovani che seguono il teatro rispetto al pubblico del melodramma tradizionalmente più “datato“. Eppure ultimamente viene quasi spontaneo identificare Donizetti con Micheli in virtù di una programmazione pubblicitaria scientemente mirata da uno staff ben selezionato e sodale e (da tempo) fedele: statue e busti del primo avvolti dalle braccia e dagli occhiali del secondo. Articoli su Donizetti o presentazioni del Festival che un tempo proponevano foto del geniale compositore, oggi invece focalizzati sul grande regista della Val Brembana. Al punto che il regista ha ideato il nuovo nome di Festival Do (dove do dovrebbe stare ovviamente per Donizetti) e che invece, in virtù appunto del battage mediatico, sembrerebbe invece un Festival Mi (dove mi sta per Micheli).

Eh sì perché oltre che regista egli viene proposto come divulgator-affabulatore in tutti i concerti e le occasioni nel segno donizettiano. Può essere il palcoscenico estivo o il parco del quartiere, la casa natale di Borgo Canale, o qualsiasi telecamera TV che snobba i veri esperti per lasciar spazio al Mi. O addirittura “l’opera a casa Micheli“, “Gala sul sofà Micheli” , oppure “l’opera sul web“(durante il lock-down) dove il protagonista solo apparentemente è Donizetti. Della sua  inutile comparsata al cimitero monumentale con il Presidente della Repubblica nella commemorazione dei morti-covid ne abbiamo già ampiamente parlato (clicca qui).

E ora l’ultima trovata autoreferenziale (temiamo non sarà l’ultima) proprio in questi giorni: un “Diario di viaggio” cartaceo ad uso e consumo dei bergamaschi “colpiti” dalla pandemia, nel quale dichiarandosi quasi salvatore (ancorché ideatore dello stesso come di tutte le precedenti iniziative ovviamente), testualmente dice: “Sentivo la responsabilità di aiutare tutti noi bergamaschi che stavamo male attraverso il nostro lavoro“. Niente da eccepire se sono buone intenzioni. A parte il fatto che “aiutare tutti noi bergamaschi che stavano male attraverso il nostro lavoro” appare pretestuoso assai, oltre che supponente e pelosamente caritatevole. Illustre sig. Micheli non sarebbe il caso di valutare un momentino, ripeto un momentino, che la maggior parte dei bergamaschi che lei desidera tanto sollevare col suo lavoro sono gli stessi che la pagano per consentire a lei di espletare il suo di lavoro? E’ dunque opportuno interrogarsi sul perché di questo univoco protagonismo culturale mai conosciuto nella nostra città, che fa pensare al culto della personalità. A senso unico (peraltro, o per fortuna, solo nostrana). Ma gli “altri” responsabili istituzionali non contano?

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