Il dibattito attorno alla svolta green dell’economia e della politica sembra ormai aver preso piede, tanto che risulta necessario, per ogni scelta o affermazione che dichiara di ispirarsi a quei valori, verificare se e quanto sia realmente coerente ad essi o quanto invece se ne allontani per necessarie mediazioni o scelte di opportunità. Il rischio del greenwashing (la pennellata verde dietro la quale nulla cambia) è sempre in agguato, proprio perché consumi e consensi sembrano non poter prescindere dalla dimensione della sostenibilità.

Ne è un esempio la Pac Politica Agricola Europea che, come votata dal Parlamento nelle scorse settimane, rischia di mettere seriamente in discussione il Green Deal, il piano della Commissione Europea presentato l’11 dicembre 2019 che fornisce una tabella di marcia per promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare, fermare il cambiamento climatico, annullare la perdita di biodiversità e ridurre l’inquinamento. Se da un lato la proposta della Commissione di ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 pone l’Europa su un percorso responsabile per diventare climaticamente neutra entro il 2050, dall’altro questi obiettivi dovrebbero saper orientare anche le scelte nei singoli settori, cosa che, a detta di molte realtà associative impegnate per un’agricoltura sana e di qualità, rischia di non avvenire.

Ecco allora la domanda: i fondi pubblici stanziati con la Pac Politica Agricola Europea (circa un terzo del bilancio europeo) sono davvero destinati alle aziende agricole che producono maggiori benefici per la società, l’ambiente e i consumatori? Spingono davvero l’agricoltura verso la produzione di cibo sano per i cittadini, tutela della biodiversità, manutenzione del territorio, salvaguardia del paesaggio e mitigazione dei cambiamenti climatici? Dal dibattito che sta montando, e che è stato oggetto di un convegno nazionale organizzato di recente dalla rete dell’economia sociale e solidale bergamasca proprio nei giorni della “Economy of Francesco”, stanno emergendo critiche e proposte per migliorare le scelte fatte fin qui. Le richieste avanzate delle realtà del territorio sono andate nella direzione di invertire il meccanismo di ripartizione dei fondi in virtù del quale, soprattutto in Italia e nei Paesi dell’Est Europeo, oltre l’80% delle risorse finiscono nelle tasche di meno del 20% dei beneficiari, premiando le grandi e grandissime aziende ma penalizzando così proprio quelle agricolture, dal biologico a quella delle aree montane, che avrebbero più bisogno di essere sostenute anche perché capaci di mantenere vitali le comunità delle aree rurali e montane sempre a rischio di abbandono. Si vorrebbe una Pac maggiormente in grado di favorire la transizione ecologica, un’economia più equilibrata e l’attuazione degli accordi internazionali, dalle strategie UE per la biodiversità a Farm to Fork fino al rispetto degli accordi di Parigi sul clima.

Il percorso di approvazione della Pac Politica Agricola Europea è ancora in corso e prevede una serie di dialoghi e confronti con gli Stati nazionali. L’attenzione si sposta quindi sul Governo Conte e sulle scelte della Ministra Bellanova che sta predisponendo il Piano strategico agricolo nazionale. Ciò a cui puntano le associazioni che lavorano per un’agricoltura sostenibile riunite attorno alla sigla Coalizione cambiano agricoltura riguarda soprattutto gli aiuti per chi sta investendo sul passaggio a metodi e coltivazioni biologiche, il sostegno ai piccoli produttori e non solo alle grandi realtà agro-industriali e l’avvicinamento delle politiche agricole ai principi del Green Deal e della transizione ecologica. Anche per la Bergamasca, dove sono in corso molte battaglie per difendere il suolo agricolo e l’agricoltura, rappresenta un settore importante sia per la tenuta di una parte dell’occupazione montana sia per la qualità dello sviluppo della pianura, l’esito della discussione sulla Pac non sarà indifferente.


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