Nella notte tra mercoledì 20 e giovedì 21 febbraio scorso un violento attacco predatorio di uno o più canidi si è abbattuto sul gregge di un allevatore locale, provocando una vera mattanza.



Odore di sangue nel villaggio di San Simù

La bella e caratteristica stalletta delle Paterne, sul versante orientale del villaggio di San Simù, edificata sul modesto promontorio circoscritto ai lati da due verdi ridenti vallette e protetto da una massiccia parete rocciosa a Nord, ci trasmette oggi la storia di un feroce massacro. Un ambiente bucolico e idilliaco, trasformatosi improvvisamente in un tetro campo di battaglia, con pecore morte e ferite sparse qua e là nel prato in primavera, circondate da primule e crocus timidamente fioriti sui campetti terrazzati baciati dal sole. Fiori di un cimitero. La rete di protezione all’intorno, con ben due recinti, come scatole cinesi, non sono bastati per proteggere il piccolo gregge di pecore bergamasche e massesi, anzi si è trasformata in una trappola mortale, impedendo agli ovini la fuga. Il canide – lupo, cane inselvatichito, ibrido, cane incattivito,… non si sa ancora, con certezza – giunto in quell’isola felice, ha portato con sé l’odore del sangue. Sul terreno sono rimaste senza vita, tutte azzannate alla gola con morsi profondi, tre pecore bergamasche e pure Rocco, il grosso maschio di massese, dall’aspetto imponente e con le sue grosse corna arcuate, non ce l’ha fatta a resistere all’impeto dell’attacco ferale: proprio su di lui il canide assalitore ha infierito in modo particolare, divorando una coscia intera e lasciando in evidenza la struttura ossea. Tre pecore, invece, giacciono immobili, ferite anch’esse da evidenti morsi laceranti al collo e sul muso. Chissà quante di esse riusciranno a sopravvivere nei prossimi giorni. Infine, di altre tre pecore non si ha traccia, probabilmente disperse dall’assalitore entro un raggio non definibile, tra boschi impenetrabili e canaloni impervi, quasi certamente ferite e condannate a morire ugualmente. Vane sono state sinora le ricerche. Dalla strage si sono salvati l’asina e, miracolosamente, due agnellini, appena nati. Ora, uno di essi, il più piccolo, rimasto senza mamma, sarà allevato con il biberon; nel giardino di casa rincorre, ancora un po’ spaventato, Ula, il cane pastore che pare abbia adottato come mamma.

Occorre andare a fondo sulla mattanza

Il predatore ha attaccato il gregge con particolare violenza. Appare subito evidente che non siamo di fronte alla fattispecie più ricorrente, dalle nostre parti, del cane “maiagalìne”, per il quale molte volte l’uccisione del pollame è il frutto di un gioco pericoloso. Il canide assalitore, in questo caso, ha attaccato per soddisfare un bisogno alimentare, interagendo in modo violento con il gregge, dal quale ha trovato “carne” per i suoi denti, dopo aver ammazzato capi adulti dal peso di settanta/ottanta chili ciascuno. Uso il singolare perché solo uno, tra gli ovini uccisi e ritrovati, è stato utilizzato quale base alimentare: se si fosse trattato di un branco assalitore, anche piccolo, probabilmente le parti animali divorate sarebbero state maggiori. Invece il nostro canide si è accontentato di una coscia di montone. Inoltre il gregge si trovava dislocato in un löch distante anche dall’ultima contrada abitata, raggiungibile in circa quindici minuti di percorso pedonale in sentiero boscato. Difficile da sostenere il capo d’accusa nei confronti dei cani di proprietà, liberati durante la notte, oppure dei cani pastori degli allevamenti locali. A parte il fatto che il cane pastore non uccide, ma protegge il gregge o la mandria, l’ipotesi pare poco verosimile per due ragioni: la distanza del luogo del delitto dalla contrada abitata e lo scopo predatorio connesso alla cibazione. Gli esperti (funzionari di Ats e Polizia provinciale accorsi) hanno escluso l’ipotesi della presenza di un lupo, il cui passaggio peraltro è stato accertato solo pochi mesi fa nel territorio, poco distante da noi, di Cisano Bergamasco. Si sa che i lupi ci sono sulle Orobie e che possono compiere incursioni percorrendo anche lunghe distanze. Ora la domanda è: cani inselvatichiti, forme ibride, oppure cani comuni? È giunto il momento di andare a fondo della questione una volta per tutte, affrontando seriamente il problema delle predazioni di greggi da parte di animali, supponiamo canidi, di cui tuttora si ignora l’identità: chi dice lupo, chi dice cani inselvatichiti, chi dice ibridi e chi, più semplicemente, dice cani “dalla doppia identità”, di giorno innocui e fedeli al padrone, di notte assassini. Uno strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde applicato al mondo animale. Mah…

Quattro attacchi negli ultimi sei mesi

Chi scrive è a conoscenza di almeno quattro attacchi significativi – con danni equiparabili al fatto qui dichiarato – a greggi ovini e caprini di piccole dimensioni avvenuti negli ultimi sei mesi, distribuiti nell’areale ben circoscritto, situato sul versante orografico sinistro dell’Alta Valle Imagna, dislocato tra lo Zucco di Pralongone e il Colle Poren, lungo la linea di displuvio che separa, a oltre mille metri, la Valle Imagna dalla Valle Taleggio e dalla Valle Brembilla. Ma è anche propenso a ritenere che i casi di attacchi predatori siano molti di più: pochi quelli che denunciano, per evitare di incorrere in una burocrazia farraginosa, in un dispendio eccessivo di tempo e nell’ottica di evitare spese derivanti dall’obbligo di incenerimento delle carcasse animali. Inoltre, solo pochi mesi fa, durante il periodo autunnale, nei pascoli attorno al colle di San Piro, un allevatore ha allontanato con fatica tre cani di grossa taglia, mai visti prima e provenienti da chissà dove, che si erano avvicinati alla sua mandria bovina al pascolo, poiché manifestavano l’istinto di aggredire e spaventare i capi di bestiame. Dalla descrizione parrebbe un branco ringhioso e ostile. Col passare del tempo, senza informazioni precise, e quindi in mancanza di una strategia difensiva comune, tra i piccoli allevatori locali cresce l’allarme, aumentano la diffidenza e la tentazione di abbandonare l’alpeggio nelle aree meno presidiate e più distanti dai centri abitati, difficili da tenere sotto controllo, nonostante siano di elevato interesse pastorale. Alcuni ipotizzano addirittura di vendere il bestiame. “Mè tègn fò ol s-ciòp fò en de stàla”, sostengono altri. L’accelerazione dei gravi fenomeni predatori avvenuti negli ultimi mesi, tali da identificare una precisa area sotto attacco, impone di superare quanto prima l’attuale fase di denuncia generica, identificando con certezza la tipologia del predatore e mettendo in campo azioni concrete per isolare e colpire i capi pericolosi, arginando ulteriormente anche solo il formarsi di fenomeni più o meno manifesti di randagismo predatorio, anche solo temporaneo o notturno. È evidente quanti danni le mattanze predatorie, come l’ultima della serie qui denunciata, arrechino al sistema zootecnico e ovo-caprino territoriale e alle attività connesse, indispensabili per lo sviluppo e l’economia dei versanti dell’alta Valle Imagna. Alle soluzioni “fai da te”, che venivano utilizzate soprattutto nel passato (con l’impiego di pasti avvelenati, tagliole, lacci, colpi di fucile,…) probabilmente anche efficaci per gli animali stanziali, ma insufficienti per quelli in continuo movimento e provenienti da lontano, con percorsi imprevedibili, attualmente si opta per il coinvolgimento delle istituzioni locali: Provincia e Regione, Comune e Ats, Carabinieri sono stati informati tempestivamente dell’accaduto, nella speranza che riescano a mettere in atto forme più efficaci di controllo e di contenimento di questo fenomeno. Altrimenti viene da dire: “Quale sarà il prossimo allevamento sotto attacco?”. C’è paura e preoccupazione. “A chi toccherà ora?”, si chiedono gli allevatori.

Risarcimenti inesistenti

Come se tutto ciò non bastasse, dulcis in fundo: “Nessun risarcimento!…”, mi dicono le persone più informate. La Regione Lombardia ammette istanze risarcitorie solo per danni arrecati da attacchi certificati e documentati da orsi, lupi e linci. La fattispecie del cane inselvatichito, o delle specie ibride, pare non venga considerata. Anche se gli effetti della predazione sono i medesimi. Anzi gli esperti affermano che i danni causati alle greggi dai cani inselvatichiti sono anche peggiori di quelli provocati dai lupi, perché quando attaccano sono incapaci, anche per assoluta mancanza di coordinazione, di limitare l’attacco alla sola urgenza alimentare. Altre Regioni, proprio alla luce delle difficoltà nel differenziare la predazione del lupo da quelle dell’ibrido o del semplice “cagnaccio”, riconoscono i danni prodotti in genere dagli attacchi di canidi. Soprattutto quando a essere colpiti e danneggiati sono i giovani piccoli allevatori di montagna, che da poco hanno avviato un’attività imprenditoriale nel settore zoo-caseario e si sono assunti l’onere, non semplice, né scontato, di mantenere issate e sventolanti le bandiere della ruralità e della montanità. Vaghi pensieri di giustizia e di civiltà…

Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna



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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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