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Babbo Natale e la giornalista

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Babbo Natale e la giornalista

«Senti, tu che hai un rapporto così stretto con Babbo Natale… potresti procurarmi un’intervista con lui?». La richiesta mi arrivò per telefono da una vecchia amica e non era la prima volta o la prima persona che mi faceva una richiesta simile. Stefania però aveva una cocciutaggine positiva che non era soltanto frutto del mestiere. Lei era così, una mastina più che una giornalista. Quando intuiva una traccia interessante la seguiva con tutte le forze. Tentai di distrarla, anche perché quella famosa intervista la volevo realizzare io. Soltanto che, in tanti anni, non c’ero mai riuscito. «Ma tu dove sei adesso?» le domandai – con l’intento di sviare il discorso. «Bruxelles» rispose «C’è un forum internazionale sulle priorità ambientali. Se solo la gente capisse in che casini ci stiamo cacciando da soli, noi esseri umani…». Mentre spiegava mi venne da pensare che Babbo Natale esisteva, ed era più facile che lo incontrasse lei lì a Bruxelles. Ma non la interruppi, il mio piano per farla pensare ad altro sembrava riuscito. Quella telefonata avveniva 6 mesi fa, ma Stefania ha fatto fallire miseramente il mio piano sviante: è venuta qui a Poffolo, per il raduno mondiale dei Babbi Natale. Si tratta di uno dei tanti raduni che si organizzano alla fine dell’anno in ogni parte del mondo. Questo specifico se l’è inventato la Pro Loco per rendere originale il mercatino di Natale del paese. Stefania poteva andare ovunque in giro per il mondo, ma ha pensato che l’evento importante fosse qui. Tra milioni di persone che in questi giorni si vestono di rosso e sfoggiano barbe più o meno finte, e migliaia che si dotano pure di slitta e renne, lei è venuta alla ricerca dell’originale. Io ho tentato di dirle che sarebbe stata più sicura di trovarlo altrove, tipo in Lapponia o in un altro posto dove il personaggio lo conoscono da più secoli. «Tipo negli Stati Uniti, ad Atlanta?» ha domandato lei «Lascia perdere, non mi incanti. So che tu sai e quindi è qui che bisogna essere». In effetti qui a Poffolo ne sono arrivati parecchi di Babbi Natale: almeno 300 secondo il comunicato stampa della Pro Loco. Una ventina orbitano intorno alla casetta di legno costruita dagli Alpini – che però si fanno sgamare subito per via del cappello: non rosso con pon pon bensì verde con penna. I bambini fanno finta di credergli lo stesso, anche perché in un angolo dello stand c’è un albero di Natale fatto di scatole di giocattoli, gli adulti consumano vin brulée e caldarroste, e i sorrisi vengono giusti a tutti. Stefania è venuta a trovarmi in redazione all’inizio del pomeriggio, e mi sono proposto di farle da guida turistica. Il raduno dei Babbi Natale è bello grosso, gli stand che somigliano a casette di legno d’alta montagna sono diverse decine e in piazza e per le strade ci sono parcheggiate simil slitte (alcune con pattini, addirittura, alcune con animali da tiro veri, cavalli e buoi, un paio perfino con renne, ma imbalsamate). Ne ho approfittato per scattare foto a raffica, non so quante potranno andare in pagina sul prossimo numero del giornale, ma sul sito web ci andranno quasi tutte. Dopo un paio d’ore di camminata, però, le cose da vedere sono finite – Poffolo non è un paese enorme. Di Babbi Natale in giro ne abbiamo visti tanti, tranne quello vero che non c’era, o se c’era non l’ho riconosciuto io. Abbiamo anche ascoltato musiche natalizie di vario genere, compresa quella dei baghècc («Ma come li chiamate qui…?» ha detto Stefania «non potete dire zampognari come nel resto dell’universo…? Eh, aveva proprio ragione Dante Alighieri quando escludeva dal consesso umano il vostro dialetto!») e siamo quasi giunti allo sfinimento uditivo. Gira e rigira passiamo per la decima volta, almeno, davanti alla cioccolateria all’angolo della piazza della Chiesa. Per l’ottava volta, almeno, il profumo dolce che ne esce mi tenta. Finora ho resistito perché Stefania, quando lavora, lavora, e non sembra vedere nient’altro. O forse non le piace il profumo. O forse è troppo impegnata a raccontarmi di quello che sta facendo in questo momento storico, in cui lavorare per i giornali di carta è sempre più un’utopia (io non faccio testo, naturalmente, perché è troppo facile lavorare in un giornale locale, soprattutto se ha diverse decine d’anni di storia alle spalle) e i progetti di giornali in internet hanno la tendenza a essere economicamente poco seri. È così concentrata a parlarne, così ipnotizzata dall’argomento, che quando apro la porta della cioccolateria lei mi segue senza fare domande. Dentro c’è un bel caldo e non c’è musica, anche perché andrebbe in aperto conflitto con quella che trapela dalla piazza a vari livelli di intensità. Troviamo un tavolino distante dall’ingresso, ordino cioccolata e Poffol Tort (questo non è dialetto bensì marketing senza pietà) anche per lei, che conferma con un cenno senza smettere di parlare. Mi sta spiegando qual è la grande idea che con alcuni colleghi stanno maturando in queste settimane, ovvero la creazione di una casa editrice specializzata in giornalismo sociale. «E non domandarmi anche tu cosa caspita sia» dice «almeno non tu, che dovresti sapere meglio di molti altri quanto ce ne sia di bisogno, oggi come oggi, nella nostra professione…». Non intendo domandarglielo, infatti, anche se spero di capire meglio addentrandomi nel contesto di quello che dice. Tra qualche migliaio o milione di parole, magari. Metà dei tavolini sono occupati da persone che conosco, per motivi professionali soprattutto. Lavorare in un giornale locale tende a cambiare la dimensione delle cose, il privato di cittadino qualunque diventa presto il pubblico di rappresentante del quarto potere, a volte anche del quinto se ci si mette la tv locale. Il sesto potere, che potrebbe essere internet, ancora è un concetto vago per i più. Quando si parla di internet si è ancora ai 6 gradi di separazione come concetto esoterico accessibile soltanto ai più esperti «Ehi, mi ascolti?» sbotta Stefania. La rassicuro che sì, sto ascoltando tutto. Si mette a ridere «Invece eri parecchio distratto» dice «ho gridato un po’ per farmi sentire e si sono girati tutti…». La situazione sembra quella di certi momenti terribili a scuola, quando tutta la classe smette di colpo la cacofonia e l’ultimo che ha parlato fa la figura del folle invasato. Dirigo un cenno di saluto all’assessore alle Politiche sociali, il quale si gira un po’ imbarazzato verso la moglie e le altre due persone con cui siede. Il segretario del Circolo del bridge, dall’altra parte della sala, risponde con un risatina sommessa. In pochi secondi torna tutto al normale brusio di un locale all’ora dell’aperitivo. Tranne per un particolare: Babbo Natale è comparso in piedi vicino al nostro tavolo. Lo saluto e lui non fa cerimonie, si siede con noi. «Volevi l’intervista?» domando a Stefania. Lei fa un’espressione congelata. I suoi occhi mi domandano se sarà mica lui…? Dico di sì. «Ma avverti, no?» dice, e poi si presenta a Babbo Natale, come se fosse ovvio il motivo per cui lei è lì, e ovviamente perché lui è lì: ho organizzato io l’incontro. Invece, accidenti, io non ho mica fatto niente. Cioè, sì, ho spedito la letterina canonica (in quanto assistente scrivano di Sophya, la figlia quattrenne del direttore che aveva 12 desideri, uno per ogni mese dell’anno… ok, è una lunga storia, magari ve la racconto un’altra volta) ma non ho fatto nessun accenno al fatto che una collega volesse realizzare un’intervista con «quello originale». Babbo Natale fa un cenno con la mano per fermarci, qualsiasi cosa volessimo dire o fare. Ha con sé un borsone ed estrae due pacchi. Ce li consegna. Il mio è più grosso, una scatola di cui intuisco subito il contenuto. Come faccia questo… be’, tizio, a sapere ogni volta quello che mi serve, mi lascia sempre sorpreso. Però lo sa, e mi risolve situazioni che altrimenti sarebbero complicate. Il pacchetto per Stefania è più piccolo, sottile. Forse una busta. Anche lei è senza parole, ma i suoi occhi al solito dicono tutto. Intuisco che il giornalismo sociale, qualsiasi cosa sia, avrà una vita molto più facile nell’anno che verrà. Poi Babbo Natale estrae un pacco parecchio pesante dal suo borsone e me lo mette davanti. «Forse è meglio se a Sophya questi li dai tu» dice «ho capito subito che la letterina non poteva averla scritta lei. Sarà pure una quattrenne geniale ma inventarsi un regalo ogni mese forse non è stata del tutto opera sua...». Non posso vedermi, ma mi sa che sono arrossito più di un peperone. Ah, le amichette geniali… Babbo Natale sta dicendo qualcosa ma prima di saperla devo resettare il cervello. La musica dei baghècc nella piazza è fortissima adesso. «Per quella faccenda dell’intervista…» Stefania lo guarda come una studentessa intimidita dal grande professore «adesso non ho molto tempo, sai questa notte ho un po’ da fare. Ma intanto ci siamo visti. Scrivi quello che vuoi, so che sarà la cosa giusta». «No, aspetta…» dice Stefania, e si lancia verso la propria borsa appoggiata sulla sedia lì vicina. Il tempo di prendere il cellulare e aprire il microfono, e Babbo Natale… è già andato via. «Accidenti» dice. Nei suoi occhi c’è un po’ di delusione. «Tranquilla» dico «fa spesso così. Come se noi tutti sapessimo già quel che c’è da sapere di lui e quindi domandargli altro su come vive o cosa pensa sia, be’, pleonastico». Stefania ride ancora «Pleonastico… ma come parli?» la delusione è passata, adesso sembra molto divertita. «Però non posso scrivere dichiarazioni che non mi sono state rilasciate. Non è etico, dai». Su questo concordiamo. Che ci siano colleghi che lo fanno è un conto, ma che sia una pratica corretta è tutto un altro conto. «Ci sarà un motivo per cui tanti giornali chiudono» dico. Stefania compulsa il proprio telefonino. Nelle ultime ore si è presa una specie di pausa festiva, ma messaggi e notifiche la richiama verso la vita di tutti i giorni. Le domando quando ci vedremo ancora, mi risponde vagamente che dobbiamo farlo presto. Respira, mi guarda. «Buon Natale, buone feste, buon anno» dice. Ci abbracciamo.

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