Siamo alle ultime battute del film, Luci della città. La scena si apre davanti a una elegante bottega di fiori. La giovane fioraia di un tempo si è fatta strada, sta sistemando dei fiori e scherza con l’aiutante. E’ guarita dalla cecità che la costringeva ad elemosinare all’angolo della via vendendo mazzetti di fiori. Un luminare di Vienna gli ha restituito la vista. Tutto per l’aiuto di un vagabondo: un giorno era apparso nella sua vita e si era preso a cuore la sua situazione, sull’orlo dello sfratto, di lei e della mamma con cui abitava. Il vagabondo era arrivato una sera con un mazzetto di banconote, rimediate chissà dove e chissà come.
“Che ne sarà di quel benefattore che non aveva mai visto in faccia?” Di fatto quel vagabondo è appena uscito di prigione, anni di carcere con l’accusa di furto e inganno. I soldi provenivano da un miliardario che, ubriaco, era il suo amicone, disposto a cedergli pure il letto, ma da sobrio ritornava ad avido padrone, senza remore o pietà per poveri o accattoni, e verso quell’accattone che si era intrufolato nella sua casa.
Uscito dalla prigione il vagabondo se ne va per gli stessi posti, ripassa per l’angolo della bella fioraia cieca che non c’è più. E camminando passa davanti alla nuova boutique dei fiori, e continua a sistemare la sua bombetta, va roteando il bastone, ed un fugato sguardo nella vetrina. Resta immobile, lui che vede lei e lei che gli sorride, senza immaginare. Perché la guarda tanto intensamente quel vagabondo, si chiede? Lei sorpresa per la sorpresa di lui. Forse per i fiori?
Almeno un fiore gli può dare a quel vagabondo in frac. Allunga la mano. Che lo prenda in dono! Lui schivo si ritrae, lei insiste, e una rosa gli mette nella mano e la prende e la stringe. Ma la stretta si prolunga, e il suo volto si muta, fa turbato e incredulo. “Sei proprio tu?” gli sussurra. Si, è lui, “Si!” le risponde roteando nella mano la rosa.
Questo è Chaplin, etereo ed eterno, una vita per il cinema e nel cinema. Racconta nella sua autobiografia come nacque l’idea del Monello. Aveva visto un bimbo di quattro anni al teatro dove era andato in cerca di distrazioni. Il padre del bimbo aveva fatto il suo numero di ballerino eccentrico poi aveva chiamato “quel soldo di cacio” sul palcoscenico. Il bimbo improvvisò alcuni passi divertenti, sbirciò il pubblico con l’aria di chi la sa lunga, agitò la mano e corse via, strappando un fragoroso applauso del pubblico.
Gli venne l’idea del monello che va in giro per le strade spaccando vetri e il vagabondo che poi si offre come vetraio. Un modo per sbarcare il lunario. Chaplin era stato insieme monello e vagabondo. Da madre ballerina e padre comico e alcolizzato era stato abbandonato, con il fratello più grande, rinchiusi all’ospizio di Lambeth, alle porte di Londra. Testa rasata, con tanti bambini nello stesso stanzone, in camicia da notte a recitare le preghiere, e poi il succedersi di manovre, esercitazioni, passeggiate per viottoli di campagna, centinaia di ragazzi a due a due, lui tra i più piccoli. La gente li guardava con occhi sgranati e diceva “sono quelli del manicomio”.
Con il suo personaggio Charlot ebbe un successo travolgente. Viaggi trionfali prima negli Stati Uniti con folle alle stazioni dove il treno passava, poi in Europa. Alla stazione di Waterloo folla, cordoni, file di agenti, accolto come un sovrano. Ricchissimo in poco tempo, e corteggiatissimo. Visse nella società del bel set, nell’euforia degli anni ’20, prima della Grande Crisi. Soldi, case faraoniche, macchine di lusso, feste, e belle donne. Grandi personaggi, non solo politici, ma pure scrittori, musicisti, scienziati facevano a gara per conoscerlo. Einstein lo invitò a casa sua e gli spiegò come gli era venuta l’idea della relatività.
Ma si trovò in difficoltà all’avvento del cinema sonoro. Il suo personaggio non aveva bisogno di parole, era fatto di facce, gesti, capriole e di continue trovate. Si tenne sul sentiero giusto e i suoi film rimasero dei capolavori, anche nel passaggio al sonoro: non solo Il Circo, Tempi moderni e quella parodia di Hitler (Il grande dittatore 1940), ma poi Luci della ribalta, Monsieur Verdoux. Arrivò il momento difficile. Era nato e cresciuto in Inghilterra, non era mai stato accettato come americano. Si trovò invischiato nel maccartismo. Il senatore Joseph McCarthy andava a caccia dei comunisti e lui aveva idee socialiste. Eravamo in tempo di Guerra fredda e della guerra di Corea. Di ritorno da un viaggio in Inghilterra gli fu impedito l’ingresso (1952), persona non gradita. Sarebbe rientrato ma solo venti anni dopo, e allora gli assegnarono l’Oscar per la carriera.




