Il tempo è galantuomo e alla fine i nodi vengono al pettine. Si potrebbe aggiungere: e i conti tornano. Ma non è proprio il caso. Perché i conti non tornano. Parliamo del teatro Donizetti di Bergamo e più specificamente della programmazione lirica. Ci son voluti 7 anni di attività,  conclamati a suon di megafoni amici e non sempre neutrali e una stampa locale compiacente, quasi tutta schierata a prescindere: andava bene comunque, a scatola chiusa.

Socialbg, invece, ha da sempre evidenziato storture, incongruenze e criticato la sperequazione tra spesa e impresa. Tra paroloni a sproposito e gonfiati da una tattica mediatica tipica del marketing televisivo (commerciale) dove il tanto fumo (ben distribuito e abbagliante come lo specchietto per le allodole) nasconde abilmente il poco arrosto.

E una volta tanto chi scrive (su queste pagine) si toglie una non piccola soddisfazione. Abbiamo più volte ripetuto che lorsignori – del teatro, del Comune, della Fondazione-  se la cantavano e se la suonavano a loro puro ed esclusivo piacimento, senza contraddittorio e senza la minima trasparenza (anche finanziaria) e ora, ecco, arrivano le pagelle. Finalmente imparziali e oggettive: lontano dalle sirene delle consorterie locali, dagli intrallazzi più o meno aristocratici, dalle referenzialità vip più o meno di periferia, e dalla politica salottiera e impellicciata tanto cara a chi in una città (di provincia) ospita assessori/e  e sindaci più o meno compiacenti e si sente, di diritto, creme della città. 

Le pagelle dunque: voto 1 su 7. Il minimo! In fatto di innovazione. Cioè l’aspetto più rilevante di un ente artistico dove creatività non corrisponde a originalità, e dove usare strategie di rottura non significa modernità o avanguardia. Insomma una bocciatura sonora che non ammette scusanti o repliche. Oltretutto se ad emetterla non è il solito critico o stampa nemica, bensì nientemeno che il Ministero della Cultura. Che è poi lo stesso che dovrà accogliere le relative richieste di finanziamento. 

Quando scrivevamo che questi 7 anni di programmazione lirica (e musicale in generale) si stavano attuando all’insegna di una smaccata autoreferenzialità con ingente spreco di denaro pubblico (nostro), lasciando solo briciole agli altri operatori musicali operanti sul territorio con proposte e progetti quasi sempre nemmeno ascoltati, soprattutto quelli di giovani artisti in cerca di futuro possibilmente non solo onirico, non eravamo poi tanto lontano dalla realtà, se persino l’ente supremo nazionale assegna (loro) un umiliante UNO (bisticcio di parole voluto).

Persino la media totale dei punteggi ministeriali assegnati all’intera attività comprendente oltre al parametro suddetto (innovazione) anche la qualità della direzione artistica (2 punti su 3), strategie di comunicazione (2 su 2), interventi di promozione e educazione (3 su 5), qualità artistica (3 su 7) professionale degli artisti ospitati, multidisciplinarietà dei progetti, lascia loro (Ma anche noi) con l’amaro in bocca: 18 punti su un totale di 35. Una risicata sufficienza. Il che mette ancora più a nudo l’effettiva e reale attuazione dei progetti tanto strombazzati e talvolta fatti passare per rivoluzionari.

Questo (udite, udite) alla vigilia immediata della partenza di “Bergamo capitale della cultura” altrettanto strombazzata con i soliti metodi di cui sopra. Assegnazione, sia chiaro, attribuita non tanto per effettivi meriti specifici, ma quale risarcimento morale ad una città drammaticamente colpita dal passaggio del Covid-19 tanto da imporla, questo sì,  a capitale italiana della pandemia (con responsabilità, anzi, irresponsabilità tutt’ora al vaglio della magistratura per non aver fermato in tempo una patologia che ha invece trovato via libera per diffondersi alla cieca).

E, dato che siamo in argomento, viste le premesse, temiamo che anche la programmazione relativa alle manifestazioni 2023 per Bergamo capitale della cultura, proceda sui soliti binari del Festival Donizetti .

Solo timori? Macché. L’esempio è subito pronto dietro l’angolo (toh!) e ha un nome: Raffaella Carrà. Il direttore artistico Francesco Micheli ha subito approfittato dei lauti fondi (sempre prelevati dalle tasche dei cittadini, però) messi gentilmente a disposizione per il grande (magna, magna) evento,  per approntare un mega musical sulla fulgida quanto elevata personalità culturale della Carrà.

La Fondazione Donizetti non ha rifiutato il progetto, per nulla infastidita dall’accostamento e dal binomio praticamente normale Donizetti-Carrà. Men che meno inorridita l’assessora alla Cultura (e che diamine!) Nadia Ghisalberti, come sempre ossequiosa dinnanzi a tanto genius loci.

Ma torniamo alla severa valutazione ministeriale che gestisce concretamente il Fondo Unico per lo Spettacolo e vediamo come Bergamo – patria di Donizetti, Locatelli, Legrenzi, Rubini, Piatti, Serassi – si pone rispetto ad altre città capoluogo. La sorpresa più lampante è che persino Brescia ci supera con un punteggio complessivo di 23,5. Meno sorprendente Cremona considerate le sue eccellenti tradizioni a partire dai maggiori liutai della storia, che consegue un analogo punteggio di 23,5. Ma persino Ferrara ci supera alla grande con 25 punti, mentre Reggio Emilia e Bolzano-Trento addirittura 26 e la Parma verdiana 22.

Che dire? Troppo facile, a questo punto, infierire sull’avversario al tappeto. Carta canta. E i numeri ancora di più: suonano. Meglio sarebbe che in quelle stanze (teatrali e comunali) qualcuno finalmente cominciasse a riflettere veramente e facesse davvero i conti. Magari informando i diretti interessati: cioè  tutti noi. Cittadini che paghiamo le tasse e che siamo orgogliosi della nostra città. Troppo spesso abusata da cialtroni e trafficanti che spesso sono anche incompetenti. 

…. e che Covid e Fondo Unico dello Spettacolo servano da lezione. Sperare non costa niente (almeno).

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