Nel 1794 c’era “aria di libertà alla Pianca di San Giovanni Bianco come s’intitola la ricerca di Claudio Gotti e Francesco Carminati condotta nell’Archivio di Stato di Venezia. Si tratta di un processo ad un gruppo di banditi i cui capi abitavano o si muovevano lassù, attorno al paese oggi ridotto a trentaquattro abitanti.

Tra i protagonisti un certo Correrino e l’amico Balüda in combriccola con altri, “sinanche un forestiero milanese”: “erano diventati famosi per i loro delitti e giravano con aria da bullo, schioppo alla mano, pistole ai fianchi, coltello in tasca”; “di mestiere erano carbonai ma aspiravano ad arricchirsi con ogni mezzo, dediti all’ozio e facili a risolvere le contese con lo schioppo”. Si trattava di prestiti non restituiti, crediti per vino somministrato, contese su diritto di passaggio, furti di una vacca o di tabacco contrabbandato, lite per la dote, prestiti per le tasse, risarcimenti per denunce avanzate, usurpazione di proprietà o anche solo questione di “pomi” e esborsi per la cattiva fama sparsa.

Gente pronta a passare dalle mani allo schioppo, e ci scappava il morto. Non mancarono atti di libidine e stupri su vedova indifesa. “Capaci di entrare nell’osteria di Camerata, mangiare e bere facendola da francesi e dicendo che la roba era di tutti”.

I luoghi potevano essere un’osteria di Oneta o di San Pellegrino, la casa del calzolaio di Camerata, il sagrato di San Gallo, la montagna di Dossena, un casolare alla Foppa, una casa di Sottochiesa in Val Taleggio, un prato di Cespedosio, la strada di Orbrembo (Camerata), fino a Pontesecco o la Fiera di Bergamo. Pronti a scappare nei territori della Milano asburgica, in Valsassina o in Valtellina, quando la Repubblica veneta mandava  qualche sbirro. Si servivano di mediatori: il carbonaio, il lavoratore di campagna, il maestro, l’oste, il negoziante, il locandiere, il sindaco, il curato, il parroco, il notaio. 

Se ne infischiavano della legge, disprezzavano gli ordini di Venezia: “… che San Marco comandasse a Bergamo o a Venezia!”. “Si sentivano sicuri tra i monti” e “dicevano che non conoscevano padroni, reclamavano che la roba era di tutti e facendola da francesi volevano appropriarsene”.

Alzarono sempre più il tiro. Prima a danno di manovali, mandriani, boscaioli; poi puntarono su persone abbienti, bottegai, commercianti di bestiame. Il capo sapeva un po’ leggere e scrivere. Sottoscriveva, correggeva, modificava biglietti, quietanze o promesse di “pagherò”. Se non corrisposti passavano alle vie di fatto. La storia finì con due schioppettate a tradimento sull’uscio di casa per Correrino. Il Balüda fu preso in una baita sul monte e la banda si disperse. Per la valle fu universale soddisfazione, si dissolsero i timori, si respirò altra aria di libertà. Venezia era in agonia. Spirava la libertà d’oltralpe. Quel mondo era accomunato ma tutt’altro che solidale, simile ma con molti rancori, povero ma anche vendicativo, religioso non rassegnato.

Oggi, incanta Pianca di San Giovanni Bianco. La Chiesa è chiusa. L’avremmo goduta qualche giorno prima, alla festa del patrono S. Antonio. Dentro avremmo trovato la statua del Santo in legno policromo e la Pala d’altare dedicata a S. Rocco di Carlo Ceresa, commissionata per lo scampato pericolo della peste del 1630.  Alla fontana un signore raccoglie in bottiglie l’acqua salubre, una giovane coppia guarda la valle verso San Giovanni nel vapore luccicante che man mano sale si dirada, polvere di colori dal bianco all’ azzurro. L’andamento ondulato della montagna leggermente innevata accompagna la valle che prosegue a sinistra verso Piazza Brembana, s’incunea nella Val Taleggio a destra. Dietro s’innalza la catena frastagliata del Cancervo. Ci sono diversi cartelli segnavia per le passeggiate. Una casa grande a più piani è chiusa, una volta albergo? La strada entra in un vialetto, da una parte e dall’altra case ben risistemate.  Tutto è quieto e dolce.

Diverso doveva apparire allora, al tramonto della gloriosa Repubblica di Venezia!


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